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Benvenuti al BlogCafé

Spesso ci colpiscono gli stessi temi o viviamo esperienze simili, oppure non basta lo spazio di un commento per scambiarci opinioni. E non sempre per chi legge c'è il tempo di saltare da un blog all'altro per seguire un filo. Allora, ci sentiamo su VereMamme!

Il Blog Café di VereMamme è il luogo dove ognuno può contribuire con un suo post o un commento su un argomento proposto da noi, creando così il nostro indice di blogger e punti di vista.

È facile: l'argomento viene lanciato da VereMamme un venerdi, e rimane "caldo" fino al prossimo...Blog Café letterario.

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Che cos'è la felicità? O meglio qual è la vostra piccola, personale ricetta? Cosa vi fa sentire davvero felici? E se doveste dare un consiglio ad un amico che la cerca, cosa gli direste? Per delle domande così, non potevamo che ospitare la migliore testimonial della felicità, tanto da averne fatto una bandiera, una conquista. Seguite il suo esempio e lasciateci qui i vostri pezzetti di felicità...

 

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Blog Cafè - Indice dei post

martedì
nov302010

Che cos'è (per voi) la felicità?

Mi sono scrollata di dosso un bel po' di immobilità dopo una pausa, e così dopo averlo annunciato su FB lo faccio anche qui: dopo molte riflessioni, alcune pesantissime ma rallegrate decisamente dai vostri commenti, VereMamme inizia i lavori di trasferimento  e completo rilancio in altra sede (aiuto!!), e allo stesso tempo introduce l'ultimo Blog Cafè di questa sua prima era 2008-2010. Il tema scelto è modesto, piccolino, semplice semplice. L'ospite che lo lancia ed il suo post, eccezionali. E adesso tocca a voi postare >>

martedì
nov162010

felicità precaria

Per me parlare di felicità è cosa ben ardua...per chi non mi conosce mi è doveroso invitarvi a leggere la storia di Yvonne, perchè la mia riflessione inizia proprio da lì...

Yvonne è mia figlia.

E' per lei e con lei che siamo entrati in un modo vorticoso e dimenticato,  che è il mondo dei "RARI".

Ed è per lei e con lei che abbiamo conosciuto sorella morte...

Mi verrebbe spontaneo dirvi che seppellire un figlio è contro natura, che dopo la vita finisce e quello che rimane è un turbinio di dolore....

Ma c'è una via d'uscita.

La via d'uscita per me si chiama impegno...

Si chiama tornare all'universita e scegliere di rimanere in un mondo i cui nessuno vorrebbe stare...il mondo dei bambini che soffrono.

Per molti sono masochista, perchè voglio continuare a soffrire, ma vi assicuro che riuscire a fare anhe una piccola cosa per alleviare le sofferenze di chi soffre mi regala attimi di goia, perchè è come continuare ad accudire, accarezzare, coccolare, il mio piccolo angelo...

E sì che la felicità passa sempre da percorsi difficili, la vedi, quasi riesci a toccarla e poi di colpo ti sfugge di mano...

Ma finchè si respira e si ha il coraggio di ripartire allora si ripercorre il cammino, si aggiusta il tiro...e non si rinuncia...

Anche se rimangono ferite, lividi, anche se hai la sensazione che ti abbiano tolto parte di te, bisogna impuntarsi, arrabbiarsi e fissare un obiettivo...la felicità è un diritto inalienabile!!!

Oggi ho la mia papazzana che mi stanca, mi sfinisce, ho "lavori incorso" all'università...e posso dire di avere raggiunto un "precario" momento felice...

Anche se si combatte ogni giorno per arrivare a fine mese.

Anche se dare una sorellina o un fratellino alla papazzana è cento volte più difficile che in una famiglia normale, perchè i "rari" hanno la tendenza a presentarsi sempre nella stessa casa, e seppellirne un altro...no grazie.

Io voglio essere felice, lo voglio con bramosia...la felicità è un mio diritto. E anche vostro.

Mammadifretta

venerdì
nov122010

La felicità si nasconde in una scatola

La felicità è uno stato di vita che permane, nonostante gli alti e i bassi della vita, che fa da fondamento. Che magari a volte si dimentica, ma poi riappare nei piccoli particolari, nei momenti inattesi...

Ci siamo trasferiti da poco nella nostra nuova casetta londinese, e ci sono tante ma tante cose da comprare... Televisione, bidone dell'immondizia, pentole e piatti... solo per dirne qualcuna...
In famiglia R va alla grande l'acquisto online. Comodo, veloce, poco stancante (le ore di shopping con Q, il piccolo di casa, sono devastanti!), certo ha i suoi lati negativi, ma questa è un'altra storia...

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di uno scatolone. Grande. Non mi ricordo cosa conteneva, forse il mobile-libreria. Dopo averlo svuotato diventa ufficialmente terreno di gioco.

Provo a vedere se Q riesce ad appassionarsi al "tiro fuori-metto dentro" formato gigante, lo rivoltiamo, lo usiamo per scalarlo in cordata, lo apriamo e chiudiamo come una casetta con una porticina. Nel frattempo D se ne sta al tavolo a "lavorare" :) Certo non è facile appassionarsi a numeri e calcoli, quando a mezzo metro da te si gioca a bao-cucù dentro a uno scatolone. E così arriva anche lui, si fa spazio, sfonda lo scatolone, ci si corica dentro.

Mi accuccio vicino a lui, nel mio posticino, e dopo un attimo arriva il nostro Q e ci guarda, ci tocca il naso (la sua più grande dimostrazione d'affetto) e sorridendo si accoccola tra noi.
In quel momento penso che dentro a questo scatolone c'è il mio universo.

Uno di quegli attimi in cui ti senti in paradiso.

lunedì
nov082010

Un biglietto sola andata

Si dice, di solito, che la felicità si riconosce solo dopo averla persa. Si dice che apprezziamo le cose belle quando non ci sono più.
Eppure c’è stato un periodo in cui ho pensato, distintamente: “non sarà mai più bello di così”.
Tra poco saranno dieci anni (incredibile!) da allora.  Prendere un aereo con un biglietto di sola andata, che sensazione strana. Arrivare in un ufficio nuovo, in una posizione per la quale sono decisamente troppo giovane,  dove nessuno parla la mia lingua tranne gli eventuali “ciao bella!” “come stai?” “italia una fazza una razza!”, e sedere guardando la sconfinata distesa di case bianche disordinate, che ricopre le colline intorno al palazzo.  Oltre tutte quelle case, molto molto più giù verso il mare, so che c’è un’altra collinetta con sopra una cosetta come… il Partenone . Tassisti con la radio sempre alta, con il frappè caffè che bevono con la cannuccia,  e la sigaretta sempre accesa.  Quello di fiducia decisamente più educato, che mi aspettava ogni volta all’aeroporto, con il quale alla fine avevo una tale amicizia che gli portavo il vino dall’Italia.  La segretaria che mi chiede se voglio un espresso, e che ogni giorno mi ordina il pranzo (per quanto sia triste un souvlaki alla scrivania), mentre il venerdi invece si ordina la pizza tutti insieme.  Finirà, malcapitata, a prenotarmi tutte le mie vacanze itineranti. L’insegnante che viene due volte alla settimana a darmi i rudimenti moderni di quella lingua che ho studiato tanti anni prima al liceo. Altro che lingue morte.  L’intelligenza di base di quella lingua è rimasta la stessa, ed è anche nella mia testa. Verbo-pronome, negazione-verbo, verbo-oggetto-avverbio, preposizioni che introducono complementi .
Credo proprio che quella struttura sia in tutte le lingue europee odierne. E’ tale la sintonia con il mio modo di pensare le frasi, è tale la familiarità ed è così istintiva la pronuncia –finalmente un’altra lingua che, tranne poche regole molto diverse dai ricordi scolastici, si legge esattamente come si scrive!  - che mi sembra quasi di sentire gli echi di una mia vita passata (potrebbe anche essere: del resto sono nata in Magna Grecia). Mi crogiolo nei complimenti di chi si meraviglia dei miei progressi: “nessuno straniero aveva imparato così velocemente, prima di te… Sembri proprio una di noi, anche nell’accento” (l’ho detto, deve essere la Magna Grecia). Cominciano a stare attenti durante le riunioni: ormai, grazie anche alla radio e alla televisione, ho un tale orecchio che capisco quasi tutto quello che dicono.
E poi esiste ancora il genitivo, esiste ancora il vocativo, e le mamme in spiaggia chiamano “Filippe!”. Trasporti, come vedo scritto sul fianco dei tir, si dice metafores. Cuore si dice cardià, sangue si dice ema. Mercato si dice agorà, concorrenti si dice antagonistès e bisogni (dei consumatori) avangkes. Anangke, così comincia Notre Dame De Paris, che ho letto a quindici anni. Questa immagine  così gotica della parola greca incisa da una mano sconosciuta nella pietra della cattedrale, parola che significa anche fato, destino. Brrr. Vivo continui flashback della mia adolescenza e sono cose (vi sembrerò irrimediabilmente fulminata) che mi commuovono.  Mi commuove anche quel week end di maggio in cui prendo la macchina, attraverso tutta l’Eubea, prendo un traghetto e sbarco a Skiros, dove affitto un motorino e assaporo mare, spiagge, libri, solitudine.
Alle serate di bouzukia con i colleghi bevo, lancio fiori ai cantanti e ballo da invasata.
Un giorno vado in ufficio in macchina, e devo  accostare per i conati di vomito. Mi sono appoggiata a un albero, ma non ho vomitato nulla. Quando lui è arrivato da Milano e gli ho detto che il test era positivo, abbiamo brindato. E quando a letto ha appoggiato il viso sulla mia pancia e ha chiamato “Pezzetto! Pezzetto!” assicurandomi che lo sentiva nuotare, ho pensato: “e’ questa la felicità”.

Tutti abbiamo un luogo “altro”, che sia un luogo fisico o un angolo dell’anima, dove ci sentiamo a casa, e la felicità è spesso come un biglietto di sola andata verso quel posto che ancora non conosciamo. Per questo richiede, in eguale misura, coraggio ed incoscienza.

lunedì
ott112010

Il posto della felicità

N.d.A. Questo post è un po' datato, ma se dovessi riscriverlo oggi lo farei tale e quale. Forse con un po' più di enfasi sulle "piccole cose", riguardo le quali nel tempo ho maturato una convinzione: che siano tattiche di sopravvivenza, quanto di più lontano ci possa essere dalla felicità.

Amore, facciamo un progetto? Così:
1) cambiamo lavoro
2) ingrandiamo la casa
3) siamo felici
“Non si potrebbe mettere la felicità al primo posto?”
Amore mio, io ce la metterei pure, se non che non è così facile. Vedi, il fatto è che negli ultimi anni mi sono abituata a pensare in piccolo, a godere delle piccole cose, perché quelle grandi, vuoi l’età, vuoi un raggiunto equilibrio peraltro mai verificato, vuoi le mazzate... le cose grandi, dicevo, ho cominciato a considerarle archiviate. Peccato che le piccole cose ti diano solo piccole felicità, soddisfazioni effimere e fugaci compiacimenti che oggi ci sono e domani neanche te li ricordi. Le piccole cose servono a sopravvivere, mica a vivere.
“Con un esistere da nano e nella mente sogni giganti…”
Sì, proprio questo. Adoro il tuo gusto della citazione, sempre ricercata ma non snob, te l’ho mai detto? No, non credo proprio di avertelo detto. Deve essere un’altra di quelle cose che l’età, l’equilibrio, le mazzate, si sono portate via.
Perché il fatto è che io mica li ho abbandonati, i sogni giganti. Li ho solo messi là, da parte solo per un po’, perché in questo momento ho altro da fare. Ma giganti davvero, i sogni, eh! Che so, vincere il Nobel per la letteratura (lo so, non lo vincerò grazie a questo blog, ma che ne sai, amore mio, che un giorno non mi venga l’ispirazione e non ti confezioni in quattro e quattr’otto un’opera prima da paura? e allora tutti e quattro i miei amici lettori potranno dire “io la conosco! teneva un blog sgarrupatissimo!”), mettere in piedi un’azienda e poi stare a guardare dal balcone della cucina mentre Bill Gates si attacca al nostro citofono per scongiurarmi di vendergliela, e magari permettersi anche il lusso di dirgli di no.
Oppure anche mettere insieme undici artisti, e disegnare una collezione di abbigliamento, e darla in pasto a loro, che ne facciano la loro tela. La mostra dell’anno scorso era un sogno gigante, e anche vedere le signorine che indossano le gonne e i top e le borse disegnate da me è un sogno gigante, e lo vedi che si è realizzato? Di questo devo ringraziarti, amore mio, e anche del sorriso che avevi in faccia dopo aver messo in piedi l’allestimento più branché della settimana del design. Non l’ho detto io.
E se ci pensi mentre eravamo lì eravamo felici. Stanchi e felici. Oggi non riesco a spiegarmi come facevamo a lavorare in quel modo nonostante il lavoro, quello vero, salariato, e il bambino, e tutto il resto. È stato un miracolo? Non credo. È solo che quando hai un progetto, una passione, tutto il resto diventa più facile, routine.
“Il problema è che tu hai una paura fottuta della normalità”
Lo so. Non credere che non ci abbia lavorato, che non ci lavori costantemente, tutti i giorni, tutti i momenti. Non ho la gastrite per nulla. Però non è della normalità che ho paura, è che la normalità fa presto a diventare mediocrità, e questa sì che mi paralizza. Perché non ho strumenti per combatterla, perché è mostruosamente forte, la mediocrità, ed è sicura di sé come nient’altro sa esserlo. Si espande, è un blob, e si nutre di noi, delle nostre capacità, delle nostre parole vuote e delle nostre parole piene di senso, di quello che facciamo e di quello che pensiamo. E dei nostri sogni. E ci striscia addosso nelle vesti più diverse, quelle di un collega, di un vicino di casa, di un amico, a volte, anche. E ci succhia via la volontà e ci lascia solo gli spiccioli, le piccole cose, un po’ amare, però, anche se non per tutti hanno lo stesso gusto. Perché quella che tu chiami normalità è una condizione irrinunciabile per sopravvivere. E dove non c’è che sopravvivenza i mediocri vengono continuamente celebrati, dai loro simili ma non solo.
Forse dovrei frequentare qualche corso, tipo quelli in cui ti fanno camminare sui carboni ardenti, o quelli di PNL dove ti insegnano a essere più assertive. Sì, perché poi io parlo, parlo, ma alla fine sono schiacciata dalla timidezza, dall’educazione, dalla mia storia di donna in un mondo di uomini. Dove i bambini imparano a giocare e le bambine invece vengono ammaestrate. Io parlo, parlo, ma sorrido sempre quando dico qualcosa, e non mi rendo conto che sorridere fa sì che gli altri non mi prendano abbastanza sul serio; e il fatto è che mi hanno insegnato così, perché una bambina se non sorride è una musona e questo non sta bene. Ma sto divagando, qui non si tratta di essere uomini o donne, qui si parla di essere uomini o caporali.
Amore mio, ti farò una proposta. Facciamo un progetto, e mettiamo la felicità al primo posto. Dal secondo in poi, però, non ci accontentiamo di nulla che sia inferiore ai nostri sogni più esagerati. Perché se il podio è troppo in discesa, anche la felicità scivola via.
mercoledì
ott062010

Mamma Felice e la felicità prepotente

E' più o meno un mese che penso a questo post e che faccio perdere tempo a Flavia che me lo ha chiesto. La verità è che non riuscivo a scriverlo. Perchè per parlare di felicità certe volte ci va un gran coraggio, servono tante lacrime, e un pizzico di ostinazione.
Finchè poi succede che mi sento così infelice che questo post nasce da solo, perchè alla fine il 'segreto' della mia felicità è solo uno: io PRETENDO di essere felice.
E più mi sento male, più mi girano le balle, più incontro sulla mia strada qualcuno che tenta di rovinarmi la vita... più la felicità diventa prepotente e mi esplode dentro, antipatica e forte, energica e pedante.
Perchè io la voglio, la desidero, la cerco, e ho deciso che devo farla mia.

Eppure la felicità non è una forma di rivalsa, nè un dispetto.
La felicità è semplicemente un momento di piena consapevolezza, in cui mi dico che non posso essere infelice per sempre, che non lo voglio, che mi farebbe schifo esserlo. Che non ho poi tutto questo tempo da sprecare.
La felicità è una prepotenza interna, un tabernacolo sempre acceso, che posso custodire in me, profanamente, anche quando le circostanze esterne vorrebbero impedirmelo.
Perchè è troppo facile essere felici quando la vita intorno è felice. Il bello del gioco è invece richiamare la felicità in se stessi ancora e ancora e ancora, tutte le volte che la vita ti vomita contro, ti sputa e ti risputa, ti schiaccia a terra e ti calpesta.

Il fatto è che non c'è niente di male ad essere felici, e chiunque sobbalzi sulla sedia a leggere questa mia prepotenza della felicità, deve ricordare che essere felici non è una colpa, e nemmeno un merito: è un'azione. Un'azione che non danneggia gli altri, e quindi non genera colpe. Un'azione che, se tutto va come deve andare, può sorridere di un sorriso da sorridere CON gli altri.

Il fatto è che io non ho più voglia di star male.
Mi odio per tutto il tempo che ho perso, prima di capire questa storia della felicità. Mi odio per cosa avrei potuto diventare. Mi odio per aver buttato via quasi 30 anni della mia vita. Anni che non riavrò mai più, anni che resteranno per sempre appesi a un filo, dentro di me, come un cappio, come un nodo di gordio, come una spina dorsale molliccia che mi ha resa fragile e spaventata.

Perchè ho avuto tanta paura. Ho avuto paura delle violenze, ho avuto paura dei silenzi, ho avuto paura di amare, ho avuto paura della compassione e della dedizione, ho avuto paura anche della vita. Ho avuto paura che nella vita non esistesse altro che quello schifo, quel passato, quell'idea, quella prostrazione profonda e schiacciante da cui mi lasciavo soffocare.

Ma la vera paura - quello l'ho capito dopo - era un'altra. Avevo terribilmente, decisamente, irrimediabilmente e fottutamente paura di essere felice.

Perchè il dolore è una culla lieve, con le sue languide malinconie e le sue dolci certezze. Il dolore è un abbraccio certo. Il dolore è la sicurezza dell'immobilità.
E la felicità no, la felicità è movimento, la felicità è spostamento d'aria, è un maremoto che può sconvolgere il paesaggio, è l'incertezza del cambiamento.

Ed è questa, l'unica strada della felicità. Cambiare.
Cambiare città, cambiare amici, cambiare famiglia, cambiare lavoro, cambiare taglio di capelli, cambiare vestiti, cambiare idea. Sempre, mille volte e altre mille ancora, finchè non si trova l'amore giusto, il lavoro giusto, l'amico giusto, la serenità giusta.

Essere una brezza. Essere un vento. Essere fulmine e luce e velocità e risa pianto urla disperazione ridere correre parlare protestare sognare amare. Vivere.

Non posso dire altro. La felicità esiste.
Chiunque aspetti 30 anni come ho aspettato io, è solo un cretino che spreca la sua vita. Chiunque pensi che sia tutto troppo difficile ha torto e ragione. Perchè la felicità è difficile solo per la sua semplicità. E' talmente facile e banale e a portata di mano, che spesso è difficile vederla.

Fatela più facile. Non c'è niente di male.
Che la vostra vita sia facile e leggera e piena di buonumore.
La felicità c'è, sono sicura. E' un'implosione nucleare che aspetta solo di cambiare le vostre molecole, alterare il vostro dna, sconvolgervi l'esistenza.
Accendete la miccia, innescate l'ordigno. Non siate cretini come me, che ho impiegato 30 anni a capire che la felicità sono io. La felicità siamo noi.

La felicità è essere vivi e poter ancora scegliere tutto, poter ancora cambiare tutto, avere la certezza che la parola fine non è ancora stata scritta per noi. La felicità è adesso, non domani, non tra due giorni. La felicità non chiede di essere programmata in calendario. La felicità è questo momento, questo istante di lacrime e sorrisi, questo istante di paure e speranze, questo frammento di lucidità.

Non siate stupidi come me. Prendetela adesso. Pretendetela adesso.
Per soffrire ancora, c'è sempre tempo domani.