Scarica il nuovo banner e fai conoscere VereMamme!
SMALL
  MEDIUM  LARGE


Coaching VereMamme!

C'è quello dei manuali, quello per i manager e gli amministratori delegati. E ora c'è quello delle mamme, che sviluppiamo qui secondo le stesse tecniche. Ma che cos'è il coaching? E quali sono i talenti naturali che può aiutarci a sviluppare? Qui trovi articoli, racconti e piccoli esercizi di coaching quotidiano per essere una VeraMamma, cioè autenticamente e consapevolmente...te stessa.

Conversazioni in corso

sezioni

This area does not yet contain any content.
Bacheca (Coaching)

Articolo su "La Stampa"

Nuova rubrica:

ll Coaching VereMamme
è anche su:

In collaborazione con:

Vuoi maggiori informazioni?
Richiedi una sessione di coaching


Ai tempi dell'inganno universale, dire la verità diventa un atto rivoluzionario. (George Orwell)

< Coaching - Home Page

 

domenica
set192010

Miti da sfatare: donne e aggressività

Uno degli stereotipi di genere più diffusi e subdoli in cui cadiamo continuamente e in cui mi sono imbattuta in tutte le discussioni dei gruppi che si occupano di conciliazione famiglia-lavoro, un luogo comune usato (ed abusato) per convincerci che esista un modo femminile (orientato alle relazioni, empatico, collaborativo, rispettoso delle esigenze delle famiglie, insomma buono) e uno maschile di lavorare (competitivo, aggressivo, totalizzante, senza limiti di orari e disponibilità, quindi cattivo) è questo: che quando una donna è aggressiva sul lavoro, sta tradendo la sua femminilità, si sta snaturando, sta scimmiottiando gli uomini.

"Io le chiamo le uome - dirà la solita arguta commentatrice, e aggiungerà: "sono le più odiose, specialmente con le altre donne". Quella commentatrice non capisce di aver reso un pessimo servizio, nonostante tutte le sue buone intenzioni, alla causa delle pari opportunità di vita e di carriera per le donne. Perchè?

Oltre ad alimentare il mito della perfida virago in carriera, anche per due motivi oggettivi:
- l'aggressività non è un attributo esclusivamente maschile
- l'aggressività non è necessariamente negativa, cioè non significa offendere e fare del male agli altri, e se ben praticata serve a raggiungere i propri obiettivi.

Biologicamente, è vero che l'aggressività è correlata a più alti livelli di testosterone. Ma sempre biologicamente, basta un centesimo del testosterone di un uomo per scatenare in una donna un'aggressività verbale smisurata, uguale a quella di un automobilista che si scaraventa a prendere a pugni un altro (ho più di una mail che lo prova). Sono solo forme diverse di aggressività.
L'aggressività non è sinonimo di mascolinità. Oppure venitemi a dire che le atlete che diventano campionesse (di nuoto, tennis, pallavolo, mountain bike, windsurf, scherma, tiro al piattello) stanno scimmiottando i loro colleghi maschi. Il fatto è che per diventare campionesse in qualcosa bisogna avere una sana dose di aggressività, una forte determinazione.  Innanzitutto bisogna volerlo profondamente, e questo è il fattore principale di distinzione tra chi si impegna al massimo per superare fossati, e chi lascia perdere.

Un capitolo di "Tutto quello che so della vita l'ho imparato da Sex and the City", di Paola Maraone si intitola "che sul lavoro le palle vanno ancora per la maggiore". Ora, mi dispiace deludere qualcuno tra voi che auspica un lavoro declinato al femminile, ma è proprio così. L'espressione rozza può dare fastidio (come dice giustamente la Littizzetto), è frutto di condizionamenti culturali di lunga data che identificano gli.. attributi di una persona determinata e coraggiosa unicamente con quelli maschili, anche se la storia è piena di figure di donne forti e volitive, ma resta il fatto che sul lavoro vanno avanti le persone più aggressive, nel senso  buono (almeno io lo intendo così) di determinate a lottare per quello che vogliono.  Se purtroppo questo non si accompagna a livelli adeguati di competenza, integrità e  intelligenza relazionale, siamo in presenza di persone che possono diventare molto pericolose e sgradevoli. Quando invece ci sono anche le altre skills indispensabili, e l'aggressività si inserisce al momento giusto in un buon equilibrio personale, questi individui saranno sempre una spanna avanti agli altri.
In tutto ciò non c'è niente, ma proprio niente, di maschile o femminile, se non i condizionamenti che ci portiamo nella testa. Uno dei condizionamenti di certe culture del lavoro è che stronzo significhi bravo, e ci cascano in eguale misura  uomini e donne.

Non facciamoci stupidi complessi e sovrastrutture nell'usare questi concetti: determinazione. Aggressività. Impariamo piuttosto a riconoscerla, a discernere le sue espressioni negative da quelle positive, ad usarla e indirizzarla in modo  produttivo. Il punto è - come al solito - lasciare che ognuno trovi i modi e i significati a sè più congeniali.

Ecco alcune delle mie personalissime interpretazioni di aggressività. Guardandomi indietro, non posso dire che non mi siano servite. Vi farete dei nemici? Qualcuno, forse. Ma non si può piacere a tutti. Solo le brave bambine devono piacere a tutti.

- Non avere timore di dimostrare di essere arrabbiati (quando qualcuno non rispetta scadenze o standard qualitativi)

- Affrontare direttamente qualcuno con cui c'è un problema

- Parlare chiaramente con i capi quando si aspetta un aumento o una promozione, senza timore di pretenderli

- difendere a spada tratta il proprio gruppo di lavoro in pubblico (e affrontare privatamente eventuali problemi con loro)

 - non evitare mai di dare feedback negativo ai propri collaboratori, indicando in modo chiaro e senza indorare troppo la pillola quello che va cambiato

- (poi continuo)...

Voi avete una risposta unica e immutabile per "cosa è maschile e cosa è femminile"  in tutto ciò? Io (per fortuna) no.

C'è solo una cosa che sul lavoro può succedere ad una donna, e che quasi mai (per quello che ho visto) succede a un uomo: piangere. Per un uomo, anche nel 2010, piangere è virile solo se ha sbagliato il rigore decisivo della finale dei mondiali. Per questo, se una donna si fa scappare una lacrima in ufficio, il reciproco imbarazzo può essere un grande problema. Difficile che lui sappia che pesci prendere di fronte alle lacrime della fidanzata, figuramoci della collega/collaboratrice/o (dionescampi)capa. Se invece si tratta di due donne intelligenti, l'empatia può fare molto. Dopo aver annunciato un aumento di stipendio del 6% a una ragazza del mio team e averla vista reagire peggio di Spongebob quando gli parte la fontana, sono andata dal mio capo e ho ottenuto di raddoppiarglielo (aveva ragione. La sua base era veramente bassa). Era lo stesso capo, by the way, dal quale un paio di settimane prima avevo accolto l'annuncio del mio aumento - ovviamente per me ridicolo - con una specie di eruzione vulcanica, che ve lo dico a fare.  In quel caso il principio del "non fare ad altri quello che non vorresti.." ha funzionato benissimo.
Un'altra volta una manager che andava in maternità mi ha chiesto, in modo molto ..emotivo, di non assegnare a qualcun altro la sua stanza durante il suo congedo. Non mi ero resa conto di non aver usato la dovuta sensibilità nei suoi confronti perchè non mi ero posta il problema (ma il timore di non ritrovare il proprio posto è purtroppo terribile) e ho immediatamente corretto il tiro.

Dire che le donne per avere successo nel lavoro sono costrette a comportarsi come gli uomini è solo uno stereotipo come un altro. Peraltro negativo anche verso gli uomini. La verità è che alcune donne si comportano aggressivamente-male, altre aggressivamente-bene, altre sono incapaci di essere aggressive comunque, e così via, esattamente come tra gli uomini si trovano caratteri e comportamenti diversi.

A proposito: dire che un uomo che sa prendersi cura di casa e bambini è un mammo, è la stessa cosa. Come se certe capacità fossero solo della mamma, e scimmiottate da lui ne facessero uno strano essere effeminato. Una clamorosa zappa sui piedi per tutte le donne che auspicano una divisione dei compiti 50/50. E' un uomo speciale, altrochè, con delle abilità eccezionali, e magari ce ne fossero di più: forse allora ci sarebbero anche più donne "con le palle" in posizioni di potere.

 

 

 

 

Post correlati in "Miti da sfatare"

Letture. Il cervello delle donne, L.Brizendine, Bur

lunedì
dic292008

Miti da sfatare - Io non sono quella lì!

Sempre amorosa, industriosa e competente come nello spot delle merendine? Ma io non sono quella lì. Io posso essere anche imbranata, incasinata, incavolata... La maternità non è un sogno romantico, è fatta anche di arrabbiature, insofferenze, frustrazioni, infinita stanchezza. Ma allora... chi sono?

Prendiamo la pubblicità, per esempio. La pubblicità tende a rappresentare l’immaginario collettivo e a cogliere ed amplificare gli ultimi trend. Ma fateci caso: finché si raffigura una donna, si moltiplicano immagini moderne di sportive, professioniste, ragazze acqua e sapone, oppure seduttrici, fino al classico intramontabile della donna oggetto. Se ne discute, qualcuno si ribella, qualcuno cerca di ritrarre donne vere, belle in sè al di là dei canoni estetici, mentre altri si ostinano ancora ad usare modelle ipermagre e ritoccate al computer. Ma, almeno, esiste una certa pluralità di idee. Quando si parla invece di donna come mamma, non ce n'è. Non c'è spazio per discussioni, nella pubblicità non c'è pluralismo. Evidentemente il creativo medio si paralizza. Forse non gli viene in mente niente, tranne l'immagine di sua mamma negli anni 60 o 70...? Non lo so, ma di certo si ripiomba in un passato che non esiste più. C’è una deprimente mancanza o confusione di idee, e nel dubbio non si sa fare altro che riproporre l’ideale perfetto, il vecchio stereotipo. Non si riesce a trovare nuovi modelli, delle alternative. Certo, se le mamme stesse fanno fatica a riorganizzarsi la vita e a trovare un’identità equilibrata, cosa ne sa il creativo o la creativa, magari trentenni, di "genitorialità"? Beh, tanto per cominciare potrebbero frequentare un po' i nostri blog...

Dai creativi forse pretendo un po' troppo, ma sono certamente le aziende, i loro clienti, che dovrebbero aggiornarsi e conoscere meglio le mamme a cui vogliono parlare.

Un primo passo per cambiare i toni e rivolgersi a un certo tipo di mamme "agguerrite", l’ha fatto forse la Fiat qualche tempo fa (con uno spot che pare abbia causato addirittura un incidente diplomatico con l'ente per la protezione delle tradizioni culturali maori. Dicono, tra le altre cose, che certi gesti rituali come le linguacce sono riservati agli uomini. Bleeeeah!)

Le mamme sono ormai un universo complicato, in evoluzione, in grande fermento. Libri, siti, e-zines, editoriali, blog, aggregatori, non esauriscono il fenomeno e il cambiamento in atto. Ma le mamme blogger sono solo il vertice di quella che Forrester Research definisce la "social technographic ladder" - in altre parole, mentre di solito i gruppi rilevanti si individuano per dati socio-demografici (età, regione di residenza, titolo di studio, reddito, etc), il metodo proposto da Forrester individua i diversi tipi di utilizzatori delle tecnologie sociali: gli inattivi (ancora la maggioranza), gli spettatori (tantissimi), quelli che aderiscono ai social network (tanti), i collezionisti di siti e blog (come la mitica Panzallaria, che sa usare i feed reader e tutte la invidiano), i commentatori (tutte noi che mettiamo bocca e siamo dappertutto come il prezzemolo), e infine i creativi (noi che postiamo postiamo e postiamo). Ora, i creativi sono quella piccola percentuale che produce contenuti per tutti gli altri, e quindi influenza le attività e i pensieri degli altri.

(Ecco perchè investo tanta energia nel cercare di far "passare" l'idea di VereMamme: siate ognuna la mamma che sentite di essere. Smettetela di giudicarvi, da sole o le une con le altre. Perchè magari, a furia di parlarne, ripeterlo, diffonderlo, tutte le mamme "spettatrici" o ancora "inattive" si attiveranno. Mentalmente parlando.)

Ma la domanda resta: chi sono le mamme oggi, quelle vere e non quelle delle pubblicità? Qual è il nuovo ideale di mamma?

È difficile "classificare" un’esperienza così complessa e personale, anzi forse è proprio sbagliato.

Ma immaginiamo per un attimo di porre su un grafico questa "mamma in movimento", per verificare come la mentalità femminile legata alla maternità si stia evolvendo. Un grafico simile alla curva di adozione di un'innovazione.

Il modello sociale prevalente con cui tutte prima o poi facciamo i conti è quello: le incombenze dei bambini e della casa spettano a te, perché tu sei la mamma ed è giusto così. Se senti che vorresti non certo sottrarti a quelle responsabilità, ma vederle più equamente ripartite, se pensi che la famiglia sia un problema non solo tuo, ma anche culturale e collettivo, non sei troppo normale (sensi di colpa). Se cerchi apertura e nuovi punti di vista, sei un po' "fuori": menomale. Tutti i progressi sono avvenuti così.

La curva di adozione di un'innovazione dice che quando nasce una nuova idea, fosse l'ipod o la maternità del terzo millennio, la adotta per prima una minoranza anticipatrice ("early adopters"), fatta di persone curiose e affamate di novità. Segue a distanza la maggioranza, divisa in un gruppone che segue con cautela gli innovatori, e un altro gruppone che aspetta di sentire cosa ne pensano gli altri. E infine arriva la coda dei conservatori, che stavano benissimo anche prima ma, loro malgrado, si adeguano al mondo che cambia. E' stato così anche con la lotta per l'emancipazione femminile - che non è completa se le donne non si emancipano anche come mamme - ed è stato così per tutte le novità della storia.

Se escludiamo le due "code" delle casalinghe per vocazione e libera scelta (ma veramente vocazione e veramente libera), realizzate e felici, e delle innovatrici che provano stili di vita alternativi, direi che la maggioranza di noi si trova ancora nel gruppone di mezzo, tra le organizzate e le meno organizzate, tra le confuse e le incazzate. Tutte quelle che si moltiplicano tra lavoro, nonni o asilo o baby sitter, casa, cena, e rischiano di perdersi i loro pezzi. E nel profondo di loro si agita una sorda ribellione, più o meno consapevole. Perché in altri paesi lo stato aiuta di più? Perché altrove esiste la flessibilità delle soluzioni lavorative? Perché non è tutto lasciato sulle spalle delle mamme? Troppo comodo qui, no? Il calo demografico non dovrebbe essere considerato un problema della collettività e non solo mio? Tanti libri ultimamente sono stati scritti come veri e propri sfoghi personali di questo tipo. Ma oggi Internet con la sua condivisione iper-rapida ci spinge e ci proietta verso quella anticipazione di idee - purtroppo ancora troppo in anticipo sulla cultura, sulla politica, sul lavoro.

Vorrei che le giovani neo-mamme fossero le "early adopters" di un'idea di mamma che non è più una sola, ma è libera, consapevole, molteplice, ribelle, e immune dai condizionamenti. L'idea che ognuna di voi avrà voglia di condividere qui.

post correlati

VereMamme: il background

VereMamme: gli obiettivi

Chi sono le VereMamme?

Il marketing della conversazione

 

martedì
dic162008

Il modello materno

L'altra sera rileggevo alcune pagine del libro di Marcello Bernardi "Gli imperfetti genitori", (citato anche da Laura in un commento alle letture consigliate) e mi sono soffermata, a qualche anno e un secondo figlio di distanza dalla prima lettura, sul capitolo dedicato alla madre.

“Mi rivolgo a tutte le madri” dice Bernardi “ma specialmente a quelle che sono in difficoltà, che si sentono a disagio, che si imbattono continuamente in problemi senza soluzione(…) e che sono perseguitate dall’ansia, dal dubbio, dal timore o dalla delusione. A queste persone io dico, badate che le cause del vostro malessere potrebbero stare, e molto spesso stanno, nell’idea che vi è stata data di voi stesse”.

E a questo punto Bernardi fa la differenza tra la figura materna, (la figura che cura il bambino, lo ama, gioca con lui e lo aiuta a crescere) e che è fondamentale per l’evoluzione dell’essere umano, e la Madre, con la M maiuscola.
Questa Madre è “il membro di una categoria, la categoria delle Madri, appunto, alla quale sono stati assegnati dei connotati precisi, e un destino: quello della devozione al Dovere. E il Dovere è sostanzialmente quello di adeguare i propri comportamenti agli schemi che il costume ritiene obbligatori per un’autentica Madre.

Questo vuol dire che di volta in volta le madri cercano di adeguarsi a questo modello imposto dalla società.

Ma perché è stata inventata questa figura mitica, questo monumento alla teoria della maternità, questa “Madre unica e insostituibile, imprigionata in una rete inestricabile di doveri e responsabilità, rigidamente programmata dall’istinto, nutrice e superprotettiva, possessiva e votata al sacrificio"?

"Nutro un sospetto" dice Bernardi "la religione della Madre è stata inventata per indurre gli uomini ad accettare qualcosa che altrimenti non accetterebbero. Voglio dire questo, la Madre secondo la suddetta religione deve comportarsi in un certo modo altrimenti fa la rovina del figlio. E il figlio a sua volta deve comportarsi in un certo modo perché deve gratitudine alla Madre che gli ha dato la vita e si è sacrificata per lui. Per cui, in nome della madre, si può chiedere all’uomo qualsiasi cosa.”

E conclude : (…)”Mi sembra che la religione della madre sia semplicemente un trucco escogitato per vendere qualcosa. Qualsiasi cosa: opinioni politiche, prodotti dietetici, prefazioni professionali, case, automobili, idee, articoli di abbigliamento, titoli azionari e cosmetici. Per di più, si tratta di un trucco piuttosto elementare: basta convincere la gente che se una donna non consuma quel certo prodotto, più o meno perentoriamente indicato, il figlio sarà un disgraziato. E la colpa sarà della madre."

 In questo periodo di tendenze reazionarie, di gran parlare di famiglia, di diritto alla vita, di crisi del lavoro e di rilancio dei consumi, per qualche strana ragione queste parole mi hanno profondamente colpita, risvegliando in me l'istinto felino del pericolo. Quell'istinto che ti dice: non abbassare la guardia, resta vigile e preparati a difenderti.

Ma forse sono la solita malpensante....

 

post correlati:

stili materni e difficili confronti >>

una madre lo sa: un brano che mi ha toccato >>