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Coaching VereMamme!

C'è quello dei manuali, quello per i manager e gli amministratori delegati. E ora c'è quello delle mamme, che sviluppiamo qui secondo le stesse tecniche. Ma che cos'è il coaching? E quali sono i talenti naturali che può aiutarci a sviluppare? Qui trovi articoli, racconti e piccoli esercizi di coaching quotidiano per essere una VeraMamma, cioè autenticamente e consapevolmente...te stessa.

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domenica
apr182010

L'ottimismo e la semplicità

"No plan survives contact with the enemy"

Una delle maggiori fortune che possa capitarci, secondo me, è calarci completamente nei panni di qualcun altro diverso da noi, osservando come lavora e come pensa. Basta un giorno di questo esercizio per farsi delle domande importanti. Per le persone che lavorano in un ufficio, un'opportunità di confrontarsi con la realtà esterna (contro cui le loro idee sbatteranno) è data dall'affiancamento ad un agente di vendita e dal contatto diretto con i suoi clienti. In termini pratici significa che ti metti in macchina con lui e lo accompagni per tutto il giorno nelle sue visite, anticamere e panini al volo inclusi.

La frase di apertura che ho scelto, di origine chiaramente militare ma di applicazione universale (nessun piano materno sopravvive ad un treenne, per esempio) dice pressochè tutto.

La prima cosa che ti chiedi è quanta energia vitale ci vuole per mettersi in macchina ogni giorno e fare il giro di cinque, sei clienti per tirare su, se va bene, due o tre ordini. Io alla fine della giornata avevo la schiena a pezzi e i piedi doloranti. Il signore con cui ero lo fa da vent'anni.
La seconda cosa importante è il carattere: aperto, sempre sorridente, "spugna" dell'altrui negatività. Perchè in certi frangenti ti ritrovi a lasciar sfogare per mezz'ore intere le frustrazioni varie di chi ti sta di fronte, e in altri casi ti tartassano di domande e di lamentele, soprattutto le donne (dotate di molto senso pratico e molta chiacchiera, osservava il mio collega dall'alto della sua esperienza, ma che sono il vero motore di molte attività commerciali), oppure chiacchieri del più e del meno e ti sembra di perdere tempo.
Poi, l'uso semplice del linguaggio: spiegare i principi attivi di una crema in due minuti, o fare una battuta sull'irritabilità e l'insonnia in menopausa.
E infine l'accettazione serena del "fallimento", perchè molto spesso l'incontro non va a buon fine: "Aspettiamo ancora, ripassa tra un po' di tempo". E ti rimetti in macchina.

Quanta positività e flessibilità occorre per perseguire i propri obiettivi e i propri piani, cogliendone il cuore più semplice (quello che io ho studiato in ufficio per settimane per lui si riduce a due minuti di presentazione con qualcuno che va di fretta e ascolta con un solo orecchio) ed adattandoli alle diverse realtà (il punto vendita della zona "benestante" rispetto a quello di una zona "popolare"...), e quanta ancora ne occorre per tessere relazioni durature con clienti che sono prima di tutto persone, molto diverse tra loro, spesso anche a seconda del momento del giorno in cui li trovi.
Il tutto ridimensiona il mio lavoro, lo rimette in prospettiva e getta nuove luci sul mio ruolo, per esempio: meglio pensare da subito a cose che possono essere comunicate e rimanere impresse facilmente in due minuti mentre l'altro ascolta con un solo orecchio, e lasciar perdere tutto il resto.

Non so quale idea ci sia in giro dei lavori di vendita, molti sostengono che non potrebbero mai farlo per mancanza di furbizia, insistenza e capacità negoziale, ma spesso questo nasconde un certo snobismo nei confronti di alcune professioni. Per me osservare un bravo venditore è soprattutto un'opportunità per imparare qualcosa sull'ottimismo e sulla semplicità. Così come osservare mia madre che acquistava al mercato, trent'anni fa, mi ha detto molto sulla sfacciataggine e sulla cocciutaggine di un'acquirente.
Ma la furbizia e la malizia, no, quando il lavoro è tutto basato sulla relazione, non possono ripagare.
Neanche quelle spicciole:

"Ok allora dammene nove.."
"Nove pezzi?"
"No, nove grammi!" 

 

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Il pensiero positivo e i giorni no

domenica
mar072010

Esercizi di pensiero positivo - Combattere l'ira

Sarebbe bello condurre una campagna contro alcuni stati d'animo che sono i migliori nemici della nostra autostima e le migliori scuse per paralizzarci e non intraprendere cambiamenti.

La prima volta che ho letto la frase "solo tu sei responsabile dei tuoi stati d'animo", mi sono arrabbiata. (Pessimo inizio, in effetti). Poi mi sono ricordata di un intervento di un famoso giocatore di pallavolo in un nostro meeting, e della sua provocazione: "Quando vi alzate la mattina, da cosa dipende se è una buona o una cattiva giornata?". Pensai a tutte le risposte ovvie, tipo "dal tempo" "dall'umore del capo" "dagli impegni della giornata" tranne che a quella veramente ovvia: "Da me stessa". La me stessa che avevo in mente allora era un personaggio rivolto soprattutto all'esterno,  molto dipendente da una serie di successi a breve termine, per definizione instabile,  e quindi la risposta mi sembrò troppo pretenziosa. Come sarebbe dipende "solo" da me stessa? Ma poi cominciai a chiedermi: perchè in certi giorni la vita mi sorride e mi sento capace di tutto e in altri, complice un micro-sistema di eventi irritanti da cui mi sono fatta avvelenare le ore precedenti, mi alzo sentendomi già una iena? E dove sta scritto che deve essere così?

Riconosco che c'è un solido fondo di autostima nello scegliere piuttosto che subire qualunque cosa, quindi anche i propri stati d'animo. Partire dall'autoconsapevolezza, come dicevamo tempo fa, significa riconoscere i propri stati d'animo e incanalarli. Di alcuni, significa anche saper liberarsi accompagnandoli gentilmente alla porta: ansie, paure, sensi di colpa, sensi di inferiorità.

Prendiamo l'ira. L'affronto per prima perchè ho ammesso che mi è facile cascarci - quindi, qui, devo lavorare molto su me stessa. Innumerevoli le cause: i contrattempi, le cose fuori del mio controllo, qualcuno che mi fraintende...e naturalmente i no e le urla dei bambini, quando il troppo è troppo.

Sono numerose le ragioni per cui arrabbiarsi conviene: serve per dare la colpa a qualcosa o a qualcuno, spostando la responsabilità dall'interno all'esterno di noi, può servire a manipolare gli altri con timori e sensi di colpa, evita di farci pensare con chiarezza e ci offre la temporanea scusa della perdita di controllo, ci permette poi di commiserarci, e così via con una lunga lista di buoni alibi.

Non tutte le manifestazioni d'ira sono dannose, ad esempio quelle volte a scongiurare un pericolo immediato per i bambini. Però sarebbe meglio simularla e scegliere bene il linguaggio, bloccando subito i comportamenti pericolosi senza ferire la loro identità. (Per esempio, tempo fa ero al parco e ho colto un urlaccio: "AngelicamaseiSCEMAti SPEZZIlaschienamifai SPAVENTARE ti PICCHIO e NONTIVOGLIOpiù BENE!" Lo giuro, le ha dette così tutte in fila, in un climax perfetto! Ma aveva fatto un corso?) Anche un profondo sdegno che spinga ad agire è una cosa che può servire, mentre un attacco di ira violenta e offesiva fa solo danni e non cambia assolutamente l'ordine delle cose. Considero positiva anche la rabbia come tenacia, come grinta costruttiva, che io vedo sportivamente così: mancato un obiettivo, mi do la carica per riprovarci, magari imprecando, ma mi sto ricaricando. E quindi faccio ripartire il cronometro, riprendo la palla, riposiziono l'asticella...   

Ma e' quando non scegliamo, quando ci sentiamo travolgere, quando perdiamo il controllo che facciamo del male (verso noi stessi e  verso chi ci è vicino, l'ira è una forma di violenza): ed è quello il momento di pensare a fare qualcosa sul serio.

Vi metto qui alcune tecniche per liberarsi dall'ira:

- Decidere che vogliamo liberarcene. Come il vizio del fumo, non si va da nessuna parte se prima non lo vogliamo veramente.

- Sforzarci sempre di scegliere, prendendo contatto con i nostri pensieri nel momento dell'ira.

- Annotare gli eventi. Tenere un diario dei motivi e delle circostanze che ci hanno fatto esplodere ci farà scegliere l'ira con minore frequenza.

- Liberarci dalle aspettative e dalla pretesa che gli altri siano diversi da come sono (durissima, questa) e che tutti ci approvino, dato che queste sono fonti frequenti di arrabbiature.

- Dopo uno scoppio di collera, annunciare che è stato un errore ed esprimere il proposito di non ricadervi, dimostrando a se stessi e agli altri di volersi correggere davvero.

- Farci una bella risata, che è una forma superiore di intelligenza emotiva. Qui siamo già al livello advanced.

 


Ispirato da

Wayne W. Dyier, Le vostre zone erronee, Bur

 

Altre letture

Rabbia, C.Tani e R. Sorrentino, Mondadori

La rabbia, K. Ruth, Frassinelli

Non t'incazzare!, D. Palacios, Vallardi

 

VereMamme Coaching, tutti i post sull'autoconsapevolezza


mercoledì
set232009

Minicorso di pensiero positivo - 3. Commenti costruttivi (e specifici)

Stavo leggendo un articolo su working mothers, questo sito americano”

“Tu frequenti siti americani per mamme in carriera?? Non l’avrei mai detto”

“Lascia perdere la mamma in carriera, non è quello il punto. Comunque dacci un’occhiata, ci sono delle cose interessanti. “

“Fammi vedere... the bright side.... di che parla?”

“Di come insegnare ai bambini a notare più cose positive e meno cose negative”

“Ma i bambini non sono spensierati, per definizione?”

“Anch’io lo credevo, e pensavo di tenere separati i due mondi: i miei pensieri da “grande” e il suo mondo innocente. Poi, mentre giocava con le costruzioni, l’ho sentito dire spesso “È inutile... non ci riuscirò mai ”

“Succede anche a me di dirmelo!”

“Il fatto è che io sono un po’  troppo critica con me stessa e mi rendo conto che potrei dargli dei cattivi esempi. Qui vedo che ci sono dei consigli semplici per fare dei commenti costruttivi. Allora ho pensato che potrei bilanciare un po’ meglio i miei commenti per lui, e che questo esercizio può servire anche per me .”

“Per esempio?"

“Ora ti giro l'articolo. Per esempio, quando andiamo a nanna potremmo fare insieme la lista delle cose belle che ci sono successe durante il giorno. È una piccola cosa, ma il nostro cervello durante la notte “rumina” i pensieri e quindi è meglio addormentarsi su un pensiero bello”

“Ma perchè abbiamo bisogno di un sito americano per ricordarci delle cose così semplici?”

“Perchè per natura focalizziamo più le cose negative che quelle positive. Siamo fatti così. Ci vuole  concentrazione e calma per dire a tuo figlio “guarda che bel cielo oggi”, mentre  il rimprovero ci viene immediato e naturale.

"Sai, una cosa che ho letto sul perchè la gente faccia sempre più commenti negativi, che positivi, è che sono sempre di più quelli che vogliono avere ragione che non quelli che vogliono essere felici”

“Eh. Già."

 

Se qualcuno, un capo o un collega per esempio, anziché muoverci una critica costruttiva (come “questo lavoro ha questo pregio e questo difetto, e potrebbe essere migliorato in questo modo...”) non contiene stress e frustrazione e procede a testa bassa con un attacco indistinto il cui unico significato è “il tuo lavoro non va bene, sei un incapace”, ottiene solo il risultato di scoraggiare il nostro impegno e i nostri sforzi, insomma ci demotiva. (E ottiene anche un pugno, ma troppo spesso solo nella nostra immaginazione).

Abbiamo lo stesso potere su noi stessi e sui nostri bambini: il potere del linguaggio. Il modo in cui formuliamo i nostri pensieri e commenti, il modo in cui li traduciamo in parole, può motivarci o demotivarci fortemente. Il potere delle parole di plasmare la percezione della realtà è sorprendente. Pezzetto cade, ed io gli dico "Pezzetto! Perchè non sei stato attento al gradino?", oppure gli dico: "Pezze', ma che imbranato sei!?" C'è differenza? Eccome. Il primo è un commento specifico per quella circostanza, e implica una proposta e una soluzione, il secondo generalizza e mette in dubbio tutte le sue capacità. Molto meglio cercare di restare nella prima tipologia,  benchè sia umano e comprensibile ricadere nella seconda se lui cappotta per cinque o sei volte in tre minuti (abbiamo un bel gradino alto in casa, è strategico).

Lo stesso esercizio andrebbe fatto su noi stesse, rifiutando le parole negative. Non dirsi “oggi non me ne riesce una buona“ ma piuttosto “sto cercando di fare troppe cose. Tagliamone un paio". Allenarci a ribaltare le lamentele in  espressioni  propositive, nel bel mezzo del caos: da mamme, abbiamo tante di quelle fantastiche opportunità per farlo, che una volta sperimentata e reiterata questa disposizione mentale, ci aiuterà sempre. Tanto, il caos nella vita non manca mai.

Da dove cominciare? Potremmo col parlare col nostro partner o una persona vicina, chiedendo un feedback costruttivo sul linguaggio che usiamo.  Se è pessimista anche lui, beh...  Buon lavoro a tutti e due. Anzi, buon ascolto :)

(ascoltaci subito oppure scarica il podcast)