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martedì
set072010

Smarrimenti necessari, e lavori fatti con passione

Come prima o poi accade, a un certo punto ci si blocca. VereMamme deve cambiare, forse anche il nome, ma sicuramente deve andare insieme a me verso qualcosa di nuovo che ancora non so. Naturalmente, essere incapace di pianificare un cambiamento "non è da me", e mi sconvolge (ho annotato su un foglio: "trovare una nuova idea". Bene! Chiaro!)
Per questo ho ascoltato con particolare interesse un'intervista (la radio in macchina può essere fonte di improvvise illuminazioni), in cui il professore di turno diceva, in sostanza: ci preoccupiamo troppo di cercare l'equilibrio. L'equilibrio non esiste, se non quando ci lasciamo liberi di ascoltare noi stessi. Abbiamo dentro di noi un cavallo, che vuole le sue velocità, a volte il trotto, a volte il galoppo, a volte vuole fermarsi. Tenere le briglie sempre troppo strette ci provoca sofferenza.
E così "girare a vuoto" è una fortuna, perdersi è una fortuna. E' un buon segno, perchè vuol dire che qualcosa ci sta chiedendo di provare delle strade nuove. Bisogna perdersi, ogni tanto.

Dunque resto persa per un po', in attesa che le strade si manifestino da sè, come del resto è già successo tante altre volte in cui da un giorno all'altro le idee confuse si sono schiarite all'improvviso senza sforzo (fantastici quei cavalli quando ti lasci portare!), e intanto mi affido alle parole altrui.
A breve mi piacerebbe avere un nuovo Blog Cafè (alla fine è più forte di me: qualcosa in programma c'è), ma oggi vi ripropongo queste, sul lavoro e sulla passione, le due dimensioni che più mi piace esplorare insieme a voi.

"Magari chi non sa come lavora un avvocato non può capire che il lavoro quotidiano, soprattutto di un penalista, è piuttosto vario e fondato sull'intuizione e sulle ricomposizioni creative. Per questo l'approccio creativo al lavoro è una modalità nota ed è l'unica possibile quando cerchi una verità processuale che esula dalla Verità in senso assoluto (che mai potrà essere raggiunta).
Per trovare nei documenti processuali qualcosa che gli altri non hanno visto, ma che è già li, devi esaminarlo con un atteggiamento fantasioso.
L'analisi costruttiva dei lavori fatti male, poi, è all'ordine del giorno: se non impari dai tuoi errori, non accumuli esperienza, che per noi è come accumulare vite in un videogioco! Più ne hai, più sopravvivi e più risultati raggiungi.
Nella gestione del tempo, poi bisogna essere maghi: i nostri tempi sono o dilatatissimi, spalmati addirittura su anni, oppure rapidissimi, quando arriva l'urgenza vera, quella per la quale la scadenza fa la differenza tra la libertà o meno.
Quindi ci si allena a gestire entrambe le modalità temporali."
(Silvia, avvocato)

 

"Amo i gatti. Per i loro zampini di velluto, e le fusa, e il naso bagnato.
Amo la loro intraprendenza, la faccia tosta, il loro pretendere.
Amo come si acciambellano fino a formare una perfetta palla di pelo, sul posto più morbido e caldo della casa. Amo la loro dignità, la loro eleganza.
Amo il fatto che avere un gatto è come avere una tigre in casa."

(Mammainbluejeans, veterinario)

 

 "Per la donna la decisione di cercare un percorso professionale di alto profilo nasce da una forte motivazione personale. Si potrebbe dire che mentre un uomo deve, una donna sceglie di fare carriera. Per questo spesso il lavoro ideale viene definito 'creativo'.
“Un lavoro creativo, che consente libertà di pensiero, libertà d’azione”.

“Autonomia: poter creare, applicare la fantasia alle attività, valutare tutte le possibilità e, se utile e proficuo, poter innovare”.

"Fare qualcosa che sento mio e a modo mio”.

Creatività non intesa in senso stretto. Un lavoro è 'creativo' se permette una espressione di sé e delle proprie capacità. Ecco così subito un bello squarcio negli stereotipi: che vedono il lavoro manageriale chiuso nel mondo della razionalità, della necessità e dell’aridità economica. E che, per contrappasso, intendono il lavoro 'creativo' come para-artistico, tutto pulsioni e sregolatezza.Il lavoro manageriale, guardato dal punto di vista delle donne, può essere creativo.
(Luisa Pogliana, a proposito delle manager che ha intervistato)

 

Secondo me il lavoro non è una ragione di vita. Le nostre passioni lo sono, quelle sì.

Continuate con le vostre?

 

martedì
ago172010

La madre superegoica... di Fabio Volo

“Quando penso a lei la immagino che gira per casa con il grembiule da cucina, la vedo mentre stende, mentre piega, mentre stira, mentre cucina le cotolette con il tegamino a cui è saltato via un manico, mentre beve il caffè seduta da sola in cucina. Penso spesso a lei e alle sue abitudini, a lei che conosce esattamente le porzioni di cibo da mettere nel mio piatto. Lei conosce le misure della mia vita. Penso alle sue parole, al suo eterno e infinito amore. Anche quello silenzioso. Profumato e buono come le saponette rosa che ancora oggi mette nei cassetti tra le magliette, i reggiseni e i foulard. Alla sua calligrafia sulle scatole negli armadi: Sandali mamma, Scarponcini neve Lorenzo, Stivali marroni. Penso all’amore con cui cercava di far funzionare tutto, di metterci d’accordo, di farci sapere che lei era lì; alla difficoltà che ha sempre avuto nel gestire gli scontri tra me e mio padre. La sua pazienza nell’aspettare il tempo di pace. Come se il suo essere donna e mamma le permettesse di conoscere le dinamiche del mondo”

La psicologia ci spiega che tutte noi ci confrontiamo continuamente con la madre superegoica (cioè ideale, archetipica, imperativa) che è in noi . E’ una figura composta dagli esempi della propria figura materna, resi eterni dal velo del tempo che a volte per fortuna nasconde i difetti ed esalta le virtù, e dai  messaggi valoriali trasmessi da lei (ad esempio nel mio caso:”i tuoi figli devono venire sempre prima di tutto….. “). Il problema è la distanza tra i nostri desideri profondi e la nostra realtà, il nostro oggi, e quell’ingombrante superego che ha sempre qualcosa di meglio da dirci, da indicarci.

Ne ho trovato un esempio perfetto in questa lettura estiva (Fabio Volo, “Il tempo che vorrei”), che ha fatto risuonare molti ricordi personali (una famiglia modesta, una madre casalinga).

Ma Tu domani non ricorderai di me grembiuli da cucina e ferri da stiro, nè cassetti profumati, vero? questo è certo. E cosa ricorderai? Forse i dettagli più improbabili. Perchè, ad esempio, se mi chiedessero qual è uno dei ricordi più vivi della mia infanzia, è mio padre che mi insegna come si accarezza un gatto. Gratti dolcemente qui sulla testa, tra le orecchie, e quando comincia a fare le fusa prosegui lungo tutto il dorso, seguendo il verso del pelo, e lui alzerà la coda, per farti capire che è finito il gatto (questa è una battuta di Gigi Proietti, ad onor del vero, che mi ha detto lui tanti anni dopo).

Forse ricorderai di tutte quelle volte che, in piedi, mi appoggi la testa sul petto per dimostrarmi quanto sei cresciuto (a soli sei anni, mi dimostra quanto tu sia già alto e quanto io sia sempre più piccola), oppure quando misuri la tua mano contro la mia, ansioso di raggiungermi. Forse ti ricorderai di quando, sentendoti già grande, non vuoi più camminare tenendomi per mano ma passi il tuo braccino intorno ai miei fianchi e tieni stretta la mia mano sulla tua spalla, e incespichiamo di continuo e ridiamo perché il nostro passo è ancora troppo disuguale. Del mio lavoro ricorderai me sempre al computer, e poi quando ti chiedo nervosamente di andare a giocare nell’altra stanza perchè tra poco ho una telefonata importante. Hai già cominciato a maneggiare carte e a spillarle come fossero documenti segreti che ogni tanto mi regali, e mi ricordi che da piccola facevo esattamente le stesse cose con la carta giallina di tuo nonno che aveva l’intestazione delle Ferrovie dello Stato, e mi piaceva circondarmi di quelle cose importanti, con sopra i numeri di protocollo e cose simili. Ricorderai una partita di pallone giorni fa in cui papà mi ha soffiato la palla all’improvviso e io l’ho ricorso e glie l’ho ripresa in scivolata e l’ho messa in fallo laterale, poi mi sono alzata e ti ho detto tutta contenta che era la prima scivolata che mi riusciva così bene in tutta la mia vita e ti ho mostrato orgogliosa la sbucciatura rossa sul gomito e i lividi sugli stinchi. Ma poi se c’è il calcio in TV sbuffo e gli dico di cambiare e mi dà fastidio che tu stia diventando tifoso come lui perché gli uomini con le loro partite in TV possono essere pesantissimi.
Oppure ricorderai di quando io guidavo per ore e tu dormivi sul sedile di dietro. Forse, vedendo per strada una di quelle tante stelle a tre punte, ricorderai che quella era stata l’auto (aziendale) di mamma, e nel tuo lavoro futuro quei benefit non ci saranno più o meglio (spero) saranno tutti diversi: campi estivi per i tuoi figli, e tante ore in più per te e per la tua famiglia…? Chissà. Magari.

Oppure, semplicemente, nulla di tutto questo. Avrai in mente solo il mio sguardo spento e perso lontano nelle mie preoccupazioni, mentre facciamo colazione ogni mattina, e poi la mia rabbia immancabile perchè ci metti un'ora per quattro biscotti, e ancora non mi sono rassegnata alla tua estenuante lentezza.

Ma più passano gli anni più amo questo cucciolo e questi cuccioli, e qualcuno mi ha detto che questo è molto più paterno che materno. Ma di abitudini, routine e rumori e misure di una casa, e di questo eterno immutabile materno superegoico che pure è in me, non posso proprio sentirne parlare. Cambierei ancora casa ogni due anni, e partirei per il giro del mondo oggi stesso. Chissà tutto questo cosa significherà un giorno per Te, per Voi.



domenica
lug182010

I "top misunderstandings"

(Mi scuso per il titolo. Lo so, è orribile, ma tant'è: chi capita qui ogni tanto ci è abituato)

Il fatto è che tempo fa, in seguito a vari articoli, libri ed eventi riguardanti le mamme attive in Rete e il loro rapporto con la politica (per esempio l'ondata di ribellione contro la Gelmini) o con il marketing (per esempio la visita di M. Bailey e il suo interessante seguito di commenti), avevo pensato di fare un mio piccolo punto sui concetti e preconcetti che riguardano la... categoria - termine assolutamente improprio - delle mamme blogger in questo particolare momento storico, e  avevo cominciato a raccogliere qualche opinione. Compito un po' improbo, quindi c'è voluto del tempo e il risultato non è comunque che una sintesi, che rende conto solo di pochi aspetti e nonostante questo finisce con l'andare lunga (come al solito, abbiate pazienza. Ultimamente o taccio del tutto oppure ho la logorrea).

Uno spunto interessante veniva da questo articolo di più di un anno fa, da noi  divenuto abbastanza attuale ora, che parla proprio dei luoghi comuni (o meglio "misconceptions", fraintendimenti) che circondano le blogger.  E proprio nel parallelo tra blogger italiche e blogger americane risiede a mio avviso il nostro primo mito, è cioè che:

1. Le blogger americane sono professioniste scafate, mentre le italiane sono ingenue e  facilmente turlupinabili con "le astuzie del marketing".
Che si senta il bisogno di un rapporto alternativo tra marketing e blog, laddove quelli americani sono spesso zeppi di pubblicità e gadget, è molto giusto, e più di un anno fa avevamo avuto una bella conversazione qui.
Ma da qui a considerare le blogger italiane facili prede di "persuasori occulti" nascosti tra le pieghe senza regole della nostra Rete...per fortuna, non funziona così. Funziona se una proposta è chiara, e le persone la accettano o la rifiutano secondo i loro personali parametri. Tutto qui, punto. Centinaia di messaggi promozionali e comunicati stampa vengono ignorati e cestinati da noi ogni giorno, mentre ci lasciamo coinvolgere in iniziative la cui base è la relazione tra persone: chiediamoci il perchè.

corollario razzista: il marketing è cattivo, i blog sono buoni. Come tutti i luoghi comuni che funzionano in bianco e nero, è falso. Solo le persone e il loro modo di lavorare fanno la differenza.

corollario ignorante: chi naviga e segue i blog è una povera disadattata isolata e quindi facilmente succube della pubblicità. No comment, passiamo oltre.

corollario etico o della regola dei "distinguo": guadagnare con la pubblicità è legittimo purchè sia chiaramente distinta dal resto, mentre parlare di prodotti nel blog lo inquina. La pubblicità "tabellare" (banner, concorsi) è una cosa specifica ed è giusto che abbia i suoi spazi. Mentre parlare di prodotti e servizi che fanno parte della nostra vita, in modo libero e sincero, non inquina nulla. Lo facciamo ogni volta che recensiamo un libro che abbiamo letto e che ci ha preso, libro che a tutti gli effetti è un prodotto, oppure quando raccontiamo di come abbiamo scelto il passeggino. Invece, parlare di un prodotto perchè si aderisce a una campagna di buzz (a me per esempio il buzz in senso stretto non è mai interessato) è una scelta, e basta che sia dichiarata.
Da chiarire anche che un banner pubblicitario non fa svoltare le tue finanze e non rappresenta un serio sostentamento, a meno che tu non abbia un portale da milioni di visite, ma qui veniamo al punto successivo.

2. Il blog viene visto come una possibile fonte di guadagno, e lavorare da casa la soluzione ideale per mamme disoccupate o in crisi da conciliazione.
Questa è un'interpretazione, alimentata da un certo facile giornalismo di costume, che più mi dà fastidio, e che finisce per assimilare un blog all'ultima spiaggia delle lavoratrici precarie e/o casalinghe disperate. Primo, non a tutte piace lavorare da casa (affatto).  Secondo, un blog non è la panacea rispetto a tutti i problemi di lavoro e conciliazione che stiamo affrontando. Come se per incanto, voila’, un pc di qua, un "downshifting"  di là, e via... Che figata. Ci sono mille motivi dietro un blog, ma non ci sono mai lavori a buon mercato. Offrire  informazioni, creare reti di supporto, far conoscere un'attività, parlare di esperienze che accomunano, vivere green... e una miriade di altri argomenti. E poi, c'è chi non ha un blog per sviluppare reti nè attività, ma per motivi intimi e personali: uno spazio per sè, una libertà di espressione che altrove non c'è, un anonimato rassicurante o un mondo di nuove amicizie. Ma la loro vita lavorativa è "altro", trasformare il blog in un guadagno o in una fonte di visibilità non è assolutamente nelle loro intenzioni e prospettive, e quando avvertono questi ingranaggi si sentono a disagio. A queste persone, i discorsi fatti sub punto 1 non interessano un fico secco, e a ragione. E l'etichetta di mamma blogger, su cui a lungo disquisimmo qui, meno ancora.
Lo scenario più realistico è "solo" che tra i contatti generati da un blog e coltivati con amorose attività di relazione e network si generino visibilità e opportunità professionali: se sai scrivere, ma anche se sai disegnare, se sai arredare un giardino, se sai cucire vestitini, per dire. Questo è qualcosa di buono e valido, in cui, se se ne ha voglia, vale la pena investire, perchè funziona. Mi è capitato personalmente di mettere in contatto delle brave scrittrici, che non avrei mai conosciuto senza i loro blog, con qualche azienda che aveva bisogno di realizzare progetti editoriali (remunerati) e spero che, in un'ottica di collaborazione e stima, questo capiti sempre più spesso.

Corollario pernicioso: se sei brava diventi ricca e famosa (che invidia).
Trasformare un blog in una fonte di guadagno diretta è un lavoro lungo, un profondo fossato, come ha spiegato molto bene Jolanda. Eppure ci piace sempre credere nelle favole, e immaginare che la "rivelazione" dell'anno scriverà un libro, e cambierà la propria vita.
Chiediamo a Wonder se si sente così, oppure a Piattini che scrive per lavoro da un bel po', a Mammamsterdam che ha scritto un libro bellissimo, oppure a Luana, che ha varie pubblicazioni all'attivo e ha pure vinto il premio Massimo Troisi 2009. Citate solo poche di tutte quelle che mi vengono in mente, ma so che qui intorno ci sono solo persone che lavorano, si reinventano duramente ogni giorno, e non credo che si montino la testa perchè qualche migliaio di persone le sta leggendo: la vita non è mai una passeggiata per nessuno, sono ben altri i nostri pensieri.

3. Le mamme blogger si lasciano facilmente comprare da prodotti gratis.
Il punto è totalmente mal posto,  anzi apodittico si direbbe in gergo forense, perchè nessuno si fa "corrompere" da nessuno. Alcune mamme della Rete considerano l'accesso a prodotti gratis come un'opportunità da cogliere, ma solo se il prodotto in questione è per loro utile, significativo e interessante., oppure se tutta l'operazione suscita curiosità, diverte, e così via. In questo caso rispondono, giustamente, che per loro non c'è nessun inganno e nessun problema.
Uno dei primi esempi lo abbiamo avuto proprio su VereMamme un anno fa: 15 blogger che, guarda caso, stavano allattando con il caldo e il mal di schiena, hanno ricevuto un cuscino da allattamento e l'hanno raccontato insieme: pro, contro, battute e suggerimenti. Alcuni subito accolti dall'azienda.
Il range di motivazioni e l'etica dello scambio/dono, nel partecipare ad azioni come queste, è in realtà molto più ampio e complesso di quello che vuole vedere chi parla di corruzioni, e con il tempo le aziende che offrono prodotti gratis (ovviamente per averne un ritorno) saranno in grado di relazionarsi sempre meglio con le persone e le loro motivazioni nell'accettarli, per renderlo uno scambio gratificante per entrambi. Magari lo capirano proprio attraverso i suggerimenti di quelle stesse persone (sta già accadendo, nulla mai è perfetto, ma sta accadendo).

4.  Le mamme blogger scrivono di problemi di educazione e crescita dei bambini, e sono esperte di prodotti per l'infanzia.
Neanche per sogno, cioè mica tutte. Intanto basta darsi un'occhiata intorno (proprio QUI dentro intendo). Quando ricevo qualche mail accorata su alcuni problemi "tecnici" come tette e biberon declino e reindirizzo dolcemente: non sono un'esperta. L'articolo citato nota giustamente che, se ci limitassimo a questa cerchia ristretta di argomenti, ci sarebbe un ricambio continuo di blog di mamme, man mano che i bimbi crescono, e non è così. Ci sono molte più donne e molti più interessi in ballo (dai fumetti alla politica) della pappa e della nanna. Vivaddio.

Potremmo continuare l'elenco, ma soprattutto i commenti all'elenco (niente è scritto nella pietra, sono solo le mie opinioni) e mi piacerebbe che lo faceste voi. Ma mi sa che siete al mare, vero? Magari ci ritorneremo alla prima occasione.

Per ora tutto ciò che posso dire di aver capito è che conta  solo la relazione, la fiducia, il divertimento... e di volta in volta i valori con cui ognuna di noi vorrà riempire di significato un'esperienza: quella, unica, della sua presenza in Rete.

 

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giovedì
lug082010

Il lavoro e le donne: il racconto di Annamaria Ponzellini

Cara Annamaria, raccontami di te.

Cara Flavia, comincio col dirti che ho 62 anni e ho due figli, ormai grandi. Da giovane ho lavorato un po’ in università ma quasi subito ho scelto di fare la sindacalista a tempo pieno (eravamo a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta). L’ho fatto per quasi dieci anni, poi ho ripreso definitivamente a fare ricerca sociale come free-lance, a insegnare in università come docente a contratto, a scrivere libri. Una carriera – un po’ precaria o comunque non lineare – ma piena di soddisfazioni.

Come nasce il tuo interesse per le donne e il lavoro?

Quando è scoppiato il femminismo alla metà degli anni settanta, ho partecipato un po’ ma mi sono presto stancata: mi ritenevo fortunata ad essere già emancipata a vent’anni (venivo da una famiglia “borghese” dove non si erano mai fatte distinzioni tra figli maschi e figlie femmine, nè nei ruoli familiari né nelle opportunità, io stessa avevo l’ambizione di fare un lavoro importante). Più avanti ho capito che la logica dell’emancipazione in sé non mi bastava, anzi mi sono accorta che l’imperativo “politically correct” della parità uomo-donna (a cui si ispiravano molte ricerche ed interventi nelle aziende su cui lavoravo) mi appariva opaco, poco rispondente a ciò che ero e che desideravo. Perché mai adeguarsi al mondo dei maschi, al loro rapporto col lavoro, ai loro modi di lavorare, che spesso, oltretutto, non vanno bene neanche a loro?  Fin da piccola, quando – magari vedendomi molto decisa – qualcuno mi chiedeva se non preferissi essere un maschio, rispondevo a caso ma dentro di me pensavo che sapevo e facevo già tutto quello che sapevano e facevano i maschi ma che avevo anche qualcosa di più che mi piaceva. A un certo punto sono ripartita da lì.

E...?

Il tema del lavoro mi interessa moltissimo dal punto di vista scientifico ma anche da quello  culturale e “politico” (in senso molto generale). Come sociologa del lavoro, ho studiato e fatto ricerca sulle relazioni industriali, sul mercato del lavoro e, soprattutto sui cambiamenti della organizzazione del lavoro nelle aziende e sul posto che occupa il lavoro nella vita delle persone. Avendo poi un mio personale percorso di lavoro e un mio personale percorso di vita familiare, non subito ma a un certo punto è stato inevitabile (direi quasi un sollievo) travasare la mia esperienza quotidiana – operativa ed emotiva – nel lavoro scientifico, nei libri, negli articoli, nelle conferenze. E anche nell’immaginare politiche nuove per il lavoro, per stare meglio io, per far stare meglio gli altri e le altre. Essendo donna, ho riflettuto moltissimo (e fatta molta ricerca empirica) sul lavoro delle donne, sul lavoro di cura e sulla conciliazione tra lavoro e famiglia. Essendo fuori da un lavoro stabile e dipendente, mi sono appassionata di lavoro autonomo, di nuovi modi di lavorare e di nuovo welfare.

Qual è oggi la tua personale visione della conciliazione lavoro-famiglia?

Praticamente mi ritrovo a fare fatica a distinguere il mio lavoro professionale in senso stretto dalla politica e dalla riflessione personale. Avendo sempre adattato il lavoro alle mie esigenze familiari (o la famiglia alle mie esigenze professionali?) - lavorando spesso la sera, durante il week end o in vacanza ma anche scegliendo quando stare a casa, quanto tempo dedicare al lavoro nei vari momenti della vita dei miei figli - ho fatto spesso anche fatica a distinguere il mio tempo di lavoro da quello famigliare. Forse anche per questo ho finito per convincermi che il futuro del lavoro non sta tanto in qualche giudiziosa e ordinata “conciliazione dei tempi” ma piuttosto in una sorta di loro ricomposizione nella vita delle persone: un tentativo di ricomporre (e ricomporsi!) che le donne stanno sperimentando ma che auspicabilmente è destinato a tutti.

Col tempo ho anche capito che le donne sono diverse tra loro e desiderano cose diverse. C’è chi, come me, trova senso solo lavorando moltissimo sia per le relazioni con le persone che per la professione e chi vuole dedicarsi con calma solo a una di queste cose, chi delega e chi non vuole delegare la cura dei bambini (e magari neppure della casa), chi lavora bene anche in casa e chi ha bisogno di stare in ufficio, chi smania per la carriera e chi sta bene con un part time meglio se poco impegnativo, etc. In un mondo che, con l’arrivo delle donne, sta cambiando enormemente, non ci sono proprio modelli da imporre: meglio stare a guardare (quando faccio la sociologa) oppure cercare di dare risposte ai desideri delle persone (quando cerco di fare politica). Ho capito che il cambiamento poteva venire proprio dal riuscire a mettere insieme – non solo “tecnicamente” ma emotivamente - l’esperienza che facevo come professionista e quella che, nell’ombra della mia vita privata, facevo come mamma e come donna (attenta a curare le relazioni con la famiglia allargata, con genitori anziani, con gli amici).

Un percorso davvero affascinante, il tuo. A che punto sei ora?

E’ andata a finire che negli ultimi quattro/cinque anni mi sono avvicinata alla Libreria delle donne, luogo storico del femminismo milanese: nel Gruppo Lavoro mi sono ritrovata con le mie perplessità e con i miei vissuti da ricomporre, con loro abbiamo scritto “Immagina che il Lavoro”, un manifesto per il lavoro delle donne e degli uomini, scritto dalle donne ma rivolto a tutti e a tutte. L’ho voluto e rispecchia bene il mio percorso (direi anche sul femminismo, visto che “il femminismo non ci basta più”!) anche se ci sono dentro le diverse sensibilità e i percorsi differenti di noi sei. Nell’ultimo anno e mezzo, ho dato il via anche ad un’altra iniziativa, che è il Gruppo Maternità Paternità: qui con Marina Piazza, Anna Soru ed altre, ci diamo da fare su un piano più operativo – essendo tutte studiose e tecniche di economia, lavoro e welfare - per migliorare le leggi sulla maternità e paternità.

Grazie Annamaria. Ti seguiremo, e personalmente cercherò di lavorare con l'obiettivo di ripartire sempre, a sessant'anni e dopo, con una testa come la tua.

sabato
giu122010

Delego o non delego, questo è il problema

Nella rubrica "Rifletti con la Coach" mi ero flagellata abbastanza sul problema del micromanagement, ovvero la netta distanza che esiste a volte tra la mia aspirazione a una delega efficace (nel caso in questione si trattava di delega di compiti esecutivi ad altri familiari o alla tata) e i poveri risultati ottenuti...

"La delega - dice la Coach in una bella presentazione che ho qui davanti - costituisce una leva essenziale per lo svolgimento dei ruoli manageriali." (e quindi anche genitoriali, aggiungo sempre io) "Insieme alla leadership e all'uso efficace delle relazioni interpersonali, rappresenta una delle capacità più importanti che occorre praticare e sviluppare". Si definisce così: la delega è l'attribuzione al Collaboratore della responsabilità e dell'autorità relativa alla realizzazione di compiti e al raggiungimento di specifici risultati".

Delegare bene è difficile, perchè occorre capirsi a fondo sugli obiettivi e sui contenuti della stessa, ed essere entrambi motivati ad attuarla, poi è importante dare piena fiducia e spazio, ma senza sottrarsi ai compiti di supporto e supervisione, ma senza invadere quello spazio.. E il delegato a sua volta deve "far risalire" le difficoltà e gli ostacoli che incontra, ma non presentando problemi bensì soluzioni....Insomma il passo dalla delega allo scaricabarile, in un senso o nell'altro, è un attimo.  Resta fermo che ognuno ha una visione personale di cosa  desidera delegare e cosa no. E infine una bella regoletta conclusiva, che si dimentica sempre: "il merito del lavoro compiuto va interamente attribuito alla persona delegata". Se ci sono problemi occorre dare feedback costruttivo, ma se gli obiettivi vengono raggiunti occorre dare il giusto credito al delegato.

Ora, se c'è una cosa su cui considero indispensabile la delega nella mia vita, è la gestione della casa. Primo perchè mi occuperebbe troppo tempo utile per seguire le mie  cose (faccio cose...vedo gente...), secondo perchè  se dovessi farlo seriamente pretenderei  una divisione 50/50 con il salentino e questo finisce per essere irrealizzabile, e terzo, sopra-a-tutto, perchè non mi piace (e di certo molte sono d'accordo con me). Quindi io delego tutta la casa alla tata, lui delega anche due buchi col trapano all'alter ego. Su questo dunque siamo assolutamente uguali. Incapaci e felici.

(Devo dire che lo shopping all'Ikea con il suo alter ego è stato fantastico.  Perdevo tutto il tempo che mi pareva, cambiavo idea trecento volte, e il fido B. che è ormai un amico di famiglia perchè ci ha montato tutta casa, mi seguiva sorridente con le borse gialle, un mito. Ovviamente lo shopping era parte del contratto "ti delego il montaggio di una stanza")

Ma poi, ecco qua,  arriva Paola, che seguo e che ultimamente è stata anche qui, e mi scrive delle cose molto belle sul sentirsi empowered attraverso il fare,  partendo magari da presupposti contrari ai miei (per me la cultura manageriale in certe cose è un vantaggio, per lei, ehm anche no) schiudendo così un'altra possibilità di riflessione. Niente da fare, questa donna è una spina nel fianco. Per questo continuo ad invitarla qui.

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E se vi dicessi che io non ho una colf? No, lasciate che mi spieghi meglio: non è che mi abbia abbandonato e ne stia cercando una. Non ce l'ho, non l'ho mai avuta, non la sto cercando, e probabilmente non l'avrò neppure nel prossimo futuro.

A questo punto, probabilmente, la maggioranza di voi risponderà con un sonoro "ecchissene" (e a ragione). Un'altra parte reagirà come fanno alcune delle mie amiche e colleghe, quando ci capita di affrontare l'argomento: con sguardi (telematici, nel nostro caso) impietositi, modello dama di carità, trattenendosi a stento dal chiedermi se avessi  bisogno di qualcosa, buona donna, la mia porta è sempre aperta, lo sai. Una terza parte, come altre amiche, semplicemente si toccherà a ripetizione la tempia con la punta del dito indice, e archivierà questa ennesima tra le stranezze del personaggio (ma allora era vero che ci volevi tutte a casa a cucinare e strofinare con i figli in braccio!).

Ma se condivido con voi questo sconcertante (non per me) dettaglio della mia vita privata, è in realtà perché vorrei parlare - o riparlare - di delega. Il concetto è ben noto, e già toccato più volte su queste pagine, non solo da Flavia. Tanto che, leggendo e rileggendo di quanto importante sia imparare a delegare, tanto sul lavoro quanto in casa, ho realizzato in cosa si radichi la mia istintiva diffidenza verso di esso.

Non dico nulla di nuovo se affermo che la nozione di "delega" ha a che fare con un ambito aziendale. Non certo perché sia praticabile solo in quel contesto: ma perchè fa parte di un novero di nozioni che rimandano a una cultura creata e agita da una certa forma del lavoro dipendente. La pratica della delega, insieme ad altre, è emanazione del modello "manageriale": un modello nato in un contesto maschile e verticistico, che ha gradualmente varcato le soglie di genere, insieme all'accesso femminile alle gerarchie organizzative, e poi quelle degli uffici, per proporsi a tutti come strumento di gestione della vita personale e familiare (fino all'idea di "home management").

Ecco perchè di delega abbiamo parlato tanto per l'assegnazione di attività ai collaboratori aziendali, quanto a quelli domestici. In entrambi i casi, la capacità di discriminare tali attività, di assegnare loro priorità, di selezionare i compiti che vanno assolti in prima persona da quelli che possono essere affidati ad altri diventa la chiave per una gestione di successo, che preservi tanto dalle inefficienze quanto da rimpianti/sensi di colpa. In questo senso entra in gioco anche il concetto di "empowerment", che non a caso contiene al suo interno il termine "power" - potere, come quello in gioco nelle relazioni aziendali e familiari.

C'è una maniera diversa di esercitare questo potere? C'è un modo di "potenziare" (traduzione approssimativa, ma forse meno di altre) se stessi, anche al di fuori della rete di strategie aziendal-manageriali che include la delega? Di certo sì, anzi, ce ne sono tanti (sostanze stupefacenti incluse); ma quello che interessa a me, in particolare, passa per l'arte. No, non sto parlando di quadri dipinti per hobby, o dell'ultima tecnica di decoupage: ma dell'arte intesa come "fare sapendo fare", quella che sta alla base dell'attività dell'artigiano (art-igiano), della bottega artigianale, il luogo dove si realizzano cose, con sapienza, e questa sapienza insegna ad altri come realizzarle.

Il modello artigianale e quello magistrale, basati sulla pratica in prima persona e sull'apprendimento per esempi, mi hanno sempre convinta di più di quello manageriale. Non solo per la profondità della soddisfazione, tra il mentale e il fisico, provata nel generare l'opera e insieme nel vederla nascere; ma anche per la fecondità dell'esempio, per la sua autorevolezza in grado di conferire forza e stabilità non solo al sapere di chi insegna, ma anche a quello di chi impara. Non che l'artigiano non deleghi, non affidi compiti ad altri; ma in quest'ottica, più che di "delega", sarebbe meglio parlare di "trasmissione", sotto l'occhio vigile di un maestro che non smette di essere artefice.

Che c'entra tutto questo con il fare da sé le faccende di casa? Da sé, ma non da sola: facciamo tutto in due, io e mio marito, aiutati già ora dai nostri due minuscoli bimbi. A loro vogliamo insegnare, mostrandoglielo, quanto sia facile e in fondo bello occuparsi insieme della propria casa, renderla accogliente, decorosa e piacevole da abitare. Preferiamo rinunciare a un'improbabile perfezione, piuttosto che abdicare all'intimità e alla "proprietà" di un nido che ci siamo guadagnati, per il quale lavoriamo, che vogliamo tramandare - insieme alla responsabilità e alla sapienza di custodirlo.
Certo, tutto questo ci costa fatica, tempo, qualche sacrificio: come del resto accade, da sempre, in tutte le botteghe, dalle quali non nasce opera se non dalla fatica, dal tempo, dai sacrifici. Potremmo dire: ci sentiamo "empowered", capaci e corrispondenti alle nostre realistiche aspettative su noi stessi. Ma forse è meglio dire: ci sentiamo bravi, stiamo bene, ce la vogliamo, e ce la possiamo, fare - nel senso più pieno di "fare".