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Coaching VereMamme!

C'è quello dei manuali, quello per i manager e gli amministratori delegati. E ora c'è quello delle mamme, che sviluppiamo qui secondo le stesse tecniche. Ma che cos'è il coaching? E quali sono i talenti naturali che può aiutarci a sviluppare? Qui trovi articoli, racconti e piccoli esercizi di coaching quotidiano per essere una VeraMamma, cioè autenticamente e consapevolmente...te stessa.

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mercoledì
giu232010

"Quando dire basta": per le mamme che stanno pensando di lasciare il lavoro

Non è una novità che le decisioni più importanti della nostra vita le prendiamo con il cuore. Ma il cuore è un buon consigliere? Un attimo, riformulo prima che le più romantiche mi saltino alla gola: sappiamo interpretare il linguaggio del cuore per fare la cosa giusta che ci schiude prospettive migliori nella vita, o siamo vittima delle emozioni e degli impulsi di breve periodo, soprattutto l'istinto (molto naturale) di sottrarci ad una sofferenza? Nel primo caso riusciamo a farci guidare verso i nostri grandi obiettivi, nel secondo rischiamo di scambiare lo stomaco per il cuore.

Vorrei arrischiarmi ad analizzare una delle decisioni più delicate di una donna: quella di lasciare il lavoro. Non perdo occasione di ripetere ovunque che questa è una piaga molto, molto italiana: perchè abbiamo il più basso tasso di occupazione femminile europea a parte Malta, e un impressionante tasso di abbandono del lavoro da parte delle madri, che aumenta all'aumentare del numero dei figli. In pratica la maternità butta le donne fuori dal mondo del lavoro, una montagna che abbiamo scalato con tanta fatica e i cui percorsi ora, se vogliamo rendere la vita di tutti finalmente migliore, dobbiamo anche cominciare a cambiare. Rivendico sempre e comunque la libertà di scelta delle donne (anche quella di non lavorare), ma le nostre statistiche mostrano una situazione patologica che va ben al di là di una scelta serena. Mi viene in mente l’immagine di quelle mandrie di gnu che si suicidano in massa nell’attraversare il guado.

  1. Decidere

Io faccio sempre un’importante distinzione: da una parte ci sono gli ostacoli culturali e sociali, un certo tipo di mentalità arretrata nel lavoro, l’incapacità e la mancanza di volontà politica di progredire, dall’altra ci sono i nostri ostacoli interni: ansie, pressioni, mancanza di fiducia, sensi di colpa, e così via. Sui primi avremo bisogno di un lavoro di generazioni (che va iniziato oggi), sugli altri possiamo agire subito (oggi).
Secondo questo libricino che ho scelto nel mucchio allettante di quelli in regalo all'ultimo Mom Camp, le persone brave scelgono quando resistere alle difficoltà, e quando invece mollare per dedicarsi al altro. Entrambe le scelte sono legittime ed intelligenti, se si sa dove si vuole andare e dove ci si trova rispetto a quell'obiettivo.  

2. Fossato o vicolo cieco?

All'inizio di una nuova avventura l'adrenalina è alta, tutti ti incoraggiano, i sogni appaiono vicini. Magari sei giovane, hai una bella laurea e un master, delle buone prospettive di venire confermata dopo la stage (ho detto magari). Oppure hai finalmente un contratto dopo aver penato a lungo, e vedi possibilità di avanzamento. Non risparmi energie, fai spesso tardi al lavoro e poi vai direttamente a cena … Va bene, abbiamo capito il genere. Arriva un figlio, che è tutta un’altra avventura. E allora scrivete voi il seguito della storia: l’atteggiamento dell’ambiente lavorativo verso di voi cambia, e al rientro vi retrocedono o vi mobbizzano. Oppure mentre siete in maternità promuovono un altro o un'altra al posto a cui ambivate, e l'ipotesi migliore è aspettare che ripassi il treno tra qualche anno. Oppure siete VOI che cambiate totalmente obiettivi nei confronti del lavoro e cumulate astensione obbligatoria, ferie, facoltativa e non retribuita fino a quante ne avete. Il solo pensiero di rientrare vi mette l'angoscia, e rimandate, e rimandate ancora.  Oppure. Oppure rientri, e scopri che la tua vita è diventata un incubo. Nonni, asilo, baby sitter, incastri di orari, papà che lavorano fino a tardi e tornano stanchi, malattie o emergenze varie del bambino e un capo che comincia a pensare che non si può più contare su di te. Oppure rientri e va tutto bene, sì, è possibile anche questo. Ci sono tante storie quante sono le mamme là fuori, e sono tutte in prima linea.

La differenza tra un fossato e un vicolo cieco è che dal primo si può uscire, dal secondo no. Il fossato è una situazione in continuo movimento in cui, stringendo i denti e facendo piccoli passi avanti ogni giorno, si può risalire sull’altra sponda (ricordate “la lunga notte?”) Ciò che fa la differenza, nel fossato,  tra chi molla e chi persiste è la capacità di immaginare e fortemente desiderare quello che c’è sull’altra sponda, unito alla fiducia nelle proprie capacità di farcela.
Per me sull’altra sponda c’è sempre l’indipendenza economica e la libertà. Sono talmente indispensabili che non concepisco nemmeno l’idea di non lavorare.
Se invece i tuoi sforzi sono vani, resti fermo, non c’è alcun miglioramento e alcun obiettivo visibile e raggiungibile, sei in un vicolo cieco e il tuo dovere è mollarlo per investire le energie in qualcosa di più remunerativo (tutto questo è valido sia a livello personale che a livello lavorativo). Talvolta le relazioni finiscono in un vicolo cieco e l’unica soluzione è lasciarsi, il principio è sempre applicabile a tutti i contesti. Talvolta è molto difficile distinguere le due situazioni, soprattutto quando le sofferenze del fossato sembrano insopportabili..

Se può aiutare un po’,  la maternità è per definizione un fossato. (Il bambino cresce e le sue esigenze cambiano, la mamma cresce a sua volta, il papà può e deve essere parte attiva di un piano). Il lavoro, invece, può essere l’uno o l’altro o di più: fossato, vicolo cieco, salto nel vuoto, montagne russe.

3. Il  lato economico

Se le donne avessero pari accesso a lavori di alto livello, retribuiti quanto i loro mariti/compagni o anche di più, il dilemma se abbandonarlo o meno si porrebbe meno spesso (e quando donne dalla carriera strepitosa la lasciano per dedicare più tempo alla famiglia, quella è una loro vera libera scelta, non è il salto dello gnu). Ma se sempre più donne fossero in posizioni elevate  cominceremmo a considerare normali, e non più stranezze, i modelli familiari dove per un periodo o per sempre è il papà a stare a casa o a lavorare da freelance o a progetto, ed è la mamma a “fare carriera”, perché la famiglia decide che quel modello economico conviene. Neanche una suocera trova qualcosa da ridire in quel caso, credetemi.
Ma siccome non siamo ancora in quella situazione, spesso il basso stipendio viene scambiato da una donna per un vicolo cieco. La frase che più mi provoca sconforto e rabbia è “perché sbattermi tanto se poi devo passare lo stipendio alla baby sitter?” Ma non è un po’ miope? Un punto di vista alternativo non è da trascurare. Ecco cosa dovreste chiedervi: guadagnerò sempre così? Cosa posso fare per avanzare? Lo voglio? Ho le capacità e i meriti per farlo o non mi considero meritevole di alcuna crescita significativa nella mia professione da qui a cinque-dieci anni? Avete mai provato ad entrare dal capo o dalla capa e a chiedere, argomentando con il vostro impegno e i vostri risultati, un aumento? (Se non l’avete mai fatto e la sola idea vi fa sorridere ciniche, lasciatemi perdere)
Insomma state pensando solo ai prossimi tre anni di tunnel con i vostri bambini piccoli, o riuscite a guardare più in là, al di là del fossato? E come vi vedete dopo? Felici e realizzate dopo aver lasciato questo lavoro, o un groviglio di rimpianti?
Prima di lasciare un lavoro che vi piacerebbe in prospettiva, ma che al momento vi remunera troppo poco, cercate di capire se siete in un fossato o in vicolo cieco…Potreste anche scoprire che siete ben considerate, che a quel capo dispiace perdervi e gli costa troppo formare da zero una persona nuova, che magari si possono trovare delle soluzioni temporanee, transitorie, rinegoziabili dopo qualche tempo. Faticose, dannatamente faticose,  ma se non le cercate non sarete mai libere di scegliere. Provocazione ipotetica: è mai possibile che in una coppia in cui lei guadagna 100 euro ma tra tre anni potrebbe avere un avanzamento importante e guadagnarne 150, e lui 120 ma non si muoverà mai da lì, a lasciare il lavoro debba essere sempre e solo lei, per definizione, perché è la mamma? Chiediamocelo. 25% di donne che abbandonano il lavoro: è un massacro. Chiediamoci da dove vengono questi numeri: solo dal malcostume dei datori di lavoro italiani, o in parte anche dalla nostra mentalità ?

Prima di arrendervi a un certo tipo di cultura della famiglia e del lavoro (questione di generazioni), non arrendetevi agli ostacoli della vostra stessa rassegnazione, e fate qualcosa per combatterla. Oggi stesso.



martedì
giu302009

Il piano d’azione – 2. Strategie e tattiche

Continua da: Il Piano d'azione - 1. gli obiettivi

Abbiamo visto che un buon piano si fa dandosi degli obiettivi, e che la prima cosa è formularli bene. Allora, se l'obiettivo  era raggiungere 1000 lettori con il tuo sito, la strategia risponde alla domanda: come lo vuoi fare? Con un lancio pubblicitario (ammesso che possa)? O con il passaparola ? Sono due strategie molto diverse. Sia il tuo obiettivo sia le tue risorse influenzeranno la strategia.

Stabilito obiettivo e strategia, da dove si comincia? Chiedendoti quali risorse puoi attivare, e facendo un piccolo passo alla volta. Magari crei il logo, così hai un simbolo tangibile del tuo piano davanti agli occhi, ed è già un primo risultato da celebrare. Scrivi nell’ordine sparso in cui ti vengono in mente le idee (io all’inizio ho fatto una scaletta che pareva una tesi di laurea, poi ho lasciato perdere e ho seguito l’istinto). Hai un buona rete di amicizie e contatti: scrivi alle le persone che pensi, o senti, che potranno esserti di supporto. Man mano che arrivano le idee le annoti, e dopo un po’ riguardandole ci trovi un ordine logico e una sequenza temporale. Una pianificazione fatta con l’emisfero destro, insomma. Va ribaltato il pregiudizio per cui un pianificatore è un essere freddo, logico e razionale: un piano si può fare anche seguendo la passione.

E per quanto riguarda il tempo, il "Timely" della parola S.M.A.R.T, è quello che uccide di solito molti grandi progetti. Perchè ci diamo scadenze impossibili e ci demotiviamo appena le manchiamo. E' meglio darci delle scadenze solo sui piccoli passi che sono sotto il nostro controllo. Non hai il controllo dell'esito del passaparola fino a 1000, ma puoi cominciare a contattare 10 amiche in tre giorni.  

Non occorre essere guru del business per trovare in noi queste capacità (pensare per obiettivi e strategie, decidere le tattiche...), quello che ci serve è solo la motivazione e il focus. La motivazione serve per rimanere convinti che quello che vogliamo è giusto e che quindi dobbiamo e possiamo perseguirlo, e per non farci scoraggiare dai commenti negativi altrui (tanto la maggiorparte della gente fa commenti negativi, perchè è più interessata ad avere ragione che ad avere successo); il focus serve per concentrarsi su quello che conta davvero.

Un esempio di focus è concentrarci sulle nostre aree di forza, diventando eccellenti in qualcosa che fa una vera differenza.

Ecco, ho trovato un motivo validissimo per cui a quest'ora non sono in cucina (perchè io so che se mi impegno riesco a tirare fuori qualcosa di decente. Ma so anche che non impressionerò mai nessuno per una cenetta deliziosa e non susciterò mai quegli invidiabili commenti e complimenti che si fanno alle cuoche sopraffine). Invece sto qui a scrivere, non certo per raggiungere l’eccellenza, ma di sicuro perchè lo faccio meglio. Ora, devo solo trovare il modo per spiegare tutto questo al salentino. Stasera c’è prosciutto e mozzarella perchè in palestra ti hanno consigliato proteine, no? (la coerenza esteriore mentre si perseguono i propri piani non è sempre richiesta)

E se la realtà non segue il mio piano, come la mettiamo? Una volta passati all’azione, il piano si aggiusta. Anzi, a un certo punto bisogna dare priorità all’azione piuttosto che alla continua analisi (analysis-paralysis, si dice). Dunque spazio all’inventiva, all’improvvisazione, alla creatività, alle variazioni e agli esperimenti continui. Si chiama flessibilità, un’altra area di "training sul campo" che le mamme affinano notevolmente. E anche di questo ne riparleremo.

Intanto buoni piani sotto l'ombrellone a tutti..

giovedì
giu182009

Il piano d’azione – 1. gli obiettivi

Perchè ci vuole un piano? Perchè averlo fa la grande differenza tra una semplice attività, spesso tanto frenetica quanto improduttiva, e il perseguimento/raggiungimento di uno scopo (achievement). Un’azione senza un obiettivo non ci fa raggiungere traguardi, ci fa solo occupare il tempo, beato chi ce l’ha. Un bell’obiettivo senza un’azione invece resta un sogno, un ideale senza sostanza, un castello in aria. L’unione di un obiettivo e di un piano d’azione ci fa fare finalmente un lavoro produttivo. Soprattutto nella vita privata.

Dunque per fare un piano, occorre partire dagli obiettivi. Cosa voglio?

Non ridete, vi prego. La cosa è seria. Vi giuro che anche gli alti capi li perdono di vista continuamente, li tradiscono, li dimenticano. Come se girassero vorticosamente nella loro casa, mettendo un po’di ordine di qua e di là, andando da una stanza (riunione) all’altra per poi bloccarsi e chiedersi un po’ imbarazzati: aspetta, cos’è che volevo fare?? Torni di qua, inizi a fare altro, ti viene in mente cosa ti serviva, torni di là, e..... Oh, no. Di nuovo.

Succede quando ci manca la concentrazione sulle cose importanti, e lasciamo che le nostre azioni si disperdano in mille rivoli inseguendo gli impulsi (in azienda questi impulsi si chiamano opportunità tattiche e sono quelle che puntualmente ti fanno deviare dagli obiettivi strategici. Tranquillo, che prima o poi arriva qualcuno a ricordarteli, qualcuno che ti chiederà: perchè non avete raggiunto questo e quest’altro obiettivo strategico? Le risposte possibili sono solo tre: 1. perchè era irrealizzabile e quindi sbagliato 2. perchè l’abbiamo cambiato insieme alla strategia (il che è certamente legittimo) 3. Perchè abbiamo pensato a fare altro. Il problema è quando la verità è troppo spesso nella risposta 3, e magari la la vogliamo far passare per la 1 o la 2.)

L’obiettivo risponde alla domanda cosa si vuole: mettiamo che tu voglia raggiungere il più alto numero possibile di utenti di un certo tipo con il tuo sito. Nel mondo del business un obiettivo deve essere S.M.A.R.T.: S sta per Specific – ok non ho detto che voglio perdere peso, ho detto che voglio perdere 5 kg. Ah sì, il sito: voglio raggiungere 1000 utenti registrati in tre mesi. Va bene così?- M sta per Measurable. – sì, ho una bilancia. E anche come contare i contatti.- Attainable & Realistic – non lo so, questo non lo so. Ma 5 kg o 1000 contatti mi sembrano fattibili. E infine Timely – eh no. Ora lasciami in pace. Le scadenze mi distruggono!

Penso che anche nella vita personale, gli obiettivi dovrebbero concretizzare e misurare i nostri valori e desideri “strategici”. Insomma vivere bene e’ una questione di coerenza strategica e di resistenza alle distrazioni.

(continua)

 

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