"Quando dire basta": per le mamme che stanno pensando di lasciare il lavoro
Non è una novità che le decisioni più importanti della nostra vita le prendiamo con il cuore. Ma il cuore è un buon consigliere? Un attimo, riformulo prima che le più romantiche mi saltino alla gola: sappiamo interpretare il linguaggio del cuore per fare la cosa giusta che ci schiude prospettive migliori nella vita, o siamo vittima delle emozioni e degli impulsi di breve periodo, soprattutto l'istinto (molto naturale) di sottrarci ad una sofferenza? Nel primo caso riusciamo a farci guidare verso i nostri grandi obiettivi, nel secondo rischiamo di scambiare lo stomaco per il cuore.
Vorrei arrischiarmi ad analizzare una delle decisioni più delicate di una donna: quella di lasciare il lavoro. Non perdo occasione di ripetere ovunque che questa è una piaga molto, molto italiana: perchè abbiamo il più basso tasso di occupazione femminile europea a parte Malta, e un impressionante tasso di abbandono del lavoro da parte delle madri, che aumenta all'aumentare del numero dei figli. In pratica la maternità butta le donne fuori dal mondo del lavoro, una montagna che abbiamo scalato con tanta fatica e i cui percorsi ora, se vogliamo rendere la vita di tutti finalmente migliore, dobbiamo anche cominciare a cambiare. Rivendico sempre e comunque la libertà di scelta delle donne (anche quella di non lavorare), ma le nostre statistiche mostrano una situazione patologica che va ben al di là di una scelta serena. Mi viene in mente l’immagine di quelle mandrie di gnu che si suicidano in massa nell’attraversare il guado.
- Decidere
Io faccio sempre un’importante distinzione: da una parte ci sono gli ostacoli culturali e sociali, un certo tipo di mentalità arretrata nel lavoro, l’incapacità e la mancanza di volontà politica di progredire, dall’altra ci sono i nostri ostacoli interni: ansie, pressioni, mancanza di fiducia, sensi di colpa, e così via. Sui primi avremo bisogno di un lavoro di generazioni (che va iniziato oggi), sugli altri possiamo agire subito (oggi).
Secondo questo libricino che ho scelto nel mucchio allettante di quelli in regalo all'ultimo Mom Camp, le persone brave scelgono quando resistere alle difficoltà, e quando invece mollare per dedicarsi al altro. Entrambe le scelte sono legittime ed intelligenti, se si sa dove si vuole andare e dove ci si trova rispetto a quell'obiettivo.
2. Fossato o vicolo cieco?
All'inizio di una nuova avventura l'adrenalina è alta, tutti ti incoraggiano, i sogni appaiono vicini. Magari sei giovane, hai una bella laurea e un master, delle buone prospettive di venire confermata dopo la stage (ho detto magari). Oppure hai finalmente un contratto dopo aver penato a lungo, e vedi possibilità di avanzamento. Non risparmi energie, fai spesso tardi al lavoro e poi vai direttamente a cena … Va bene, abbiamo capito il genere. Arriva un figlio, che è tutta un’altra avventura. E allora scrivete voi il seguito della storia: l’atteggiamento dell’ambiente lavorativo verso di voi cambia, e al rientro vi retrocedono o vi mobbizzano. Oppure mentre siete in maternità promuovono un altro o un'altra al posto a cui ambivate, e l'ipotesi migliore è aspettare che ripassi il treno tra qualche anno. Oppure siete VOI che cambiate totalmente obiettivi nei confronti del lavoro e cumulate astensione obbligatoria, ferie, facoltativa e non retribuita fino a quante ne avete. Il solo pensiero di rientrare vi mette l'angoscia, e rimandate, e rimandate ancora. Oppure. Oppure rientri, e scopri che la tua vita è diventata un incubo. Nonni, asilo, baby sitter, incastri di orari, papà che lavorano fino a tardi e tornano stanchi, malattie o emergenze varie del bambino e un capo che comincia a pensare che non si può più contare su di te. Oppure rientri e va tutto bene, sì, è possibile anche questo. Ci sono tante storie quante sono le mamme là fuori, e sono tutte in prima linea.
La differenza tra un fossato e un vicolo cieco è che dal primo si può uscire, dal secondo no. Il fossato è una situazione in continuo movimento in cui, stringendo i denti e facendo piccoli passi avanti ogni giorno, si può risalire sull’altra sponda (ricordate “la lunga notte?”) Ciò che fa la differenza, nel fossato, tra chi molla e chi persiste è la capacità di immaginare e fortemente desiderare quello che c’è sull’altra sponda, unito alla fiducia nelle proprie capacità di farcela.
Per me sull’altra sponda c’è sempre l’indipendenza economica e la libertà. Sono talmente indispensabili che non concepisco nemmeno l’idea di non lavorare.
Se invece i tuoi sforzi sono vani, resti fermo, non c’è alcun miglioramento e alcun obiettivo visibile e raggiungibile, sei in un vicolo cieco e il tuo dovere è mollarlo per investire le energie in qualcosa di più remunerativo (tutto questo è valido sia a livello personale che a livello lavorativo). Talvolta le relazioni finiscono in un vicolo cieco e l’unica soluzione è lasciarsi, il principio è sempre applicabile a tutti i contesti. Talvolta è molto difficile distinguere le due situazioni, soprattutto quando le sofferenze del fossato sembrano insopportabili..
Se può aiutare un po’, la maternità è per definizione un fossato. (Il bambino cresce e le sue esigenze cambiano, la mamma cresce a sua volta, il papà può e deve essere parte attiva di un piano). Il lavoro, invece, può essere l’uno o l’altro o di più: fossato, vicolo cieco, salto nel vuoto, montagne russe.
3. Il lato economico
Se le donne avessero pari accesso a lavori di alto livello, retribuiti quanto i loro mariti/compagni o anche di più, il dilemma se abbandonarlo o meno si porrebbe meno spesso (e quando donne dalla carriera strepitosa la lasciano per dedicare più tempo alla famiglia, quella è una loro vera libera scelta, non è il salto dello gnu). Ma se sempre più donne fossero in posizioni elevate cominceremmo a considerare normali, e non più stranezze, i modelli familiari dove per un periodo o per sempre è il papà a stare a casa o a lavorare da freelance o a progetto, ed è la mamma a “fare carriera”, perché la famiglia decide che quel modello economico conviene. Neanche una suocera trova qualcosa da ridire in quel caso, credetemi.
Ma siccome non siamo ancora in quella situazione, spesso il basso stipendio viene scambiato da una donna per un vicolo cieco. La frase che più mi provoca sconforto e rabbia è “perché sbattermi tanto se poi devo passare lo stipendio alla baby sitter?” Ma non è un po’ miope? Un punto di vista alternativo non è da trascurare. Ecco cosa dovreste chiedervi: guadagnerò sempre così? Cosa posso fare per avanzare? Lo voglio? Ho le capacità e i meriti per farlo o non mi considero meritevole di alcuna crescita significativa nella mia professione da qui a cinque-dieci anni? Avete mai provato ad entrare dal capo o dalla capa e a chiedere, argomentando con il vostro impegno e i vostri risultati, un aumento? (Se non l’avete mai fatto e la sola idea vi fa sorridere ciniche, lasciatemi perdere)
Insomma state pensando solo ai prossimi tre anni di tunnel con i vostri bambini piccoli, o riuscite a guardare più in là, al di là del fossato? E come vi vedete dopo? Felici e realizzate dopo aver lasciato questo lavoro, o un groviglio di rimpianti?
Prima di lasciare un lavoro che vi piacerebbe in prospettiva, ma che al momento vi remunera troppo poco, cercate di capire se siete in un fossato o in vicolo cieco…Potreste anche scoprire che siete ben considerate, che a quel capo dispiace perdervi e gli costa troppo formare da zero una persona nuova, che magari si possono trovare delle soluzioni temporanee, transitorie, rinegoziabili dopo qualche tempo. Faticose, dannatamente faticose, ma se non le cercate non sarete mai libere di scegliere. Provocazione ipotetica: è mai possibile che in una coppia in cui lei guadagna 100 euro ma tra tre anni potrebbe avere un avanzamento importante e guadagnarne 150, e lui 120 ma non si muoverà mai da lì, a lasciare il lavoro debba essere sempre e solo lei, per definizione, perché è la mamma? Chiediamocelo. 25% di donne che abbandonano il lavoro: è un massacro. Chiediamoci da dove vengono questi numeri: solo dal malcostume dei datori di lavoro italiani, o in parte anche dalla nostra mentalità ?
Prima di arrendervi a un certo tipo di cultura della famiglia e del lavoro (questione di generazioni), non arrendetevi agli ostacoli della vostra stessa rassegnazione, e fate qualcosa per combatterla. Oggi stesso.
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