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Coaching VereMamme!

C'è quello dei manuali, quello per i manager e gli amministratori delegati. E ora c'è quello delle mamme, che sviluppiamo qui secondo le stesse tecniche. Ma che cos'è il coaching? E quali sono i talenti naturali che può aiutarci a sviluppare? Qui trovi articoli, racconti e piccoli esercizi di coaching quotidiano per essere una VeraMamma, cioè autenticamente e consapevolmente...te stessa.

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domenica
giu132010

Creatività e Leadership, consigli per un colloquio

Un bel po' di anni fa (purtroppo), da neolaureata e neomasterina sono stata assunta in Procter & Gamble dopo una  lunga selezione a base di test e colloqui. (Quando mi chiamarono per comunicarmelo mi trovavo ancora al Master, e corsi ad avvisare i miei amici scaraventandomi giù dalle scale e rischiando seriamente di lasciarci l'osso del collo... Che bel momento).

Ma il ricordo più vivo di quella selezione riguarda la domanda più strana dell'ultimo colloquio, quello con la donna direttrice che avrebbe avuto l'ultima parola su di me in quel luogo, e la prima sul mio futuro: "Parliamo di creatività. - Prese il primo oggetto che trovò sulla scrivania - Questa NON è una gomma per cancellare. Che cos'è?"
"Cioè... vuole che inventi degli usi alternativi?"
"Sì, più o meno"
"Ehm, vediamo... - presi la gomma e cominciai a rigirarla e a  stringerla (la creatività ha bisogno di stimoli fisici e tattili) - ...è un antistress, e posso farci esercizi di rafforzamento delle dita" 
"uhmmmm. Risposta dovuta puramente alla tensione. Qualcos'altro?"
"certo. A scuola ci scrivevo su con la biro e ne facevo timbrini"
"ancora?"
"e' la sponda di un piccolo flipper"
"ancora?"
"(aiuto!!!)"
Siamo andate avanti così per un po'. Più lei incalzava, più le mie idee si facevano bizzarre, più la grande capa si scioglieva. Ho avuto la netta impressione che il mio modo di lasciare andare i pensieri in libertà la convincesse definitivamente, e dicesse quell'ultima parola su di me. Affidabile, certo, brava studentessa, ma soprattutto capace di pensare in modo creativo ("out of the box").

La creatività è uno dei requisiti che si dovrebbero sempre ricercare in una persona da assumere: semplicemente perchè indica la capacità di risolvere problemi. E quelli come sapete non mancano mai. Il primo mito da sfatare, dunque, è che per essere creativi occorra saper dipingere o aver scritto un romanzo: niente di tutto ciò. Occorre portare almeno un esempio (meglio se più di uno) di una situazione problematica risolta da voi grazie a un guizzo laterale del vostro cervello.

Passiamo al secondo requisito fondamentale. Tempo fa avevo introdotto un argomento di difficile definizione come la leadership. Un concetto che ha una grande ricchezza di significati e interpretazioni. In un'altra occasione, vari vostri commenti avevano introdotto un “evergreen” come il colloquio di lavoro. In seguito, alcune esperienze personali, alcuni sviluppi “editoriali” di VereMamme (le lezioni di marketing), e poi la lettura di Tribes, (l’ultimo spunto di un famoso marketing guru che parla di tribù, di ispirazioni e connessioni) mi hanno fatto pensare che potrei essere utile a qualcuno che si accinge a riflettere sulle proprie capacità per affrontare una prova come, ad esempio, un colloquio di selezione, un grosso cambiamento, una conversazione col proprio capo, o con qualcuno che deve approvare un suo progetto. Se dovessi riassumere le mie  esperienze, sia come candidata, sia come selezionatrice, quello che ho sempre cercato di tirare fuori, la cosa più importante, in cui si riassumono tutte le capacità di una persona di far accadere delle cose (dopo averle creativamente pensate appunto), è la leadership. Allora perché non provare a raccontarla?

“La leadership non è difficile, il fatto è che sei stato addestrato per anni ad evitarla”, dice Godin.

Vero: è più facile sedersi ed aspettare che succeda qualcosa, seguire percorsi già visti, lasciare che gli altri prendano l’iniziativa, piuttosto che: prendersi il rischio di un’idea che non funziona (eppure non si realizza mai niente, senza questo), esporsi alle critiche (ma è impossibile piacere a tutti), sfidare lo status quo, in una parola concepire un’idea nuova e agire. E’ più facile il conformismo. La famiglia è di solito il primo ambiente in cui ci viene passato il messaggio: “stai nel seminato, che ti conviene”. E lo stesso fa la scuola.

Non sono qui per dirvi che alla prima occasione dovete dipingervi con toni esaltati come un leader carismatico, un vincente, secondo l’immagine stereotipata e molto anni '80 che di solito abbiamo di questi termini. Non abbiamo bisogno di fingere quello che non siamo o non vogliamo essere. Sono qui piuttosto per provare a calare nella nostra realtà questi concetti, esortarvi a riconoscere le capacità che già possedete, convincervi a diventare il primo vostro fan. Un solo consiglio quindi: trovate i vostri esempi personali, siate specifici, capite il vostro stile, e fatelo capire anche agli altri.

Ecco le domande che ho sempre posto ad aspiranti manager,  uomini o donne, dando loro sempre del tu, perché sono stata abituata così. Spero vi possano tornare utili prima o poi, perchè secondo me alcuni criteri sono validi sempre, in qualsiasi professione.

-    Cos’è la leadership secondo te? (questo presuppone che non ne esista un solo tipo)

-    Mi racconti di un’iniziativa che hai preso, di un’idea che hai spinto e difeso? E qual è stato il risultato?

-   Quando gli altri non collaborano per raggiungere un obiettivo, cosa fai? (e qui di solito scatta il racconto dei lavori di gruppo all’Università o al Master...)

-    Mi racconti di una situazione di conflitto, e come l’hai gestita? (di solito la situazione di cui sopra sfocia appunto in una litigata di gruppo)

-    Come gestisci tanti progetti e tante priorità?

-    Cosa deve fare un capo per ispirarti, e al contrario, cosa non ti piace in un capo?

-    E infine il famosissimo, e tanto odiato: parlami delle tue aree di forza, e delle tue aree di miglioramento.

Di solito condivo le domande con una certa insistenza per venire al punto velocemente, o con qualche ulteriore domanda di sfida per testare la sincerità ma anche la reazione alle pressioni. Certo, per sostenere un interrogatorio simile, occorre conoscersi abbastanza bene e rimanere saldi. Come si fa? Ognuno trova il suo modo. Qui vorrei prendere ispirazione da uno scambio di mail avuto con qualcuno a cui tengo, che ho trovato motivante, e che ha anche avuto un lieto fine.


1. visualizza e rivivi una situazione in cui hai sentito di aver ottenuto qualcosa di importante. Come l'hai ottenuto? grazie a quali tue capacità? preparati almeno un paio di esempi di situazioni di lavoro ma anche uno personale, e sii specifico sulle skills che hai azionato. Cita anche qualcuno che te le ha riconosciute in quelle situazioni. Sai che contano molto, oltre ai risultati personali e qualitativi, anche quelli quantificabili di business.

2. Rivivi una situazione in cui ti sei detto "ho fatto una schifezza" e fai un'analisi COSTRUTTIVA del perchè - cioè cosa puoi migliorare e soprattutto, come. Dimostra che hai in testa un piano di sviluppo personale.
Per esempio non hai una buona gestione del tempo? Detto così io mi spaventerei, perchè le persone che hanno difficoltà col tempo di solito entrano nel mio ufficio stravolte e stressatissime perchè hanno raggiunto il limite, in piena crisi lamentatoria, e sanno solo farmi sentire in colpa per aver dato loro troppe cose da fare. Mi mettono ansia e non sono propositive. Molto meglio dire (esempio specifico): sono così focalizzato su  un progetto che talvolta rischio di perdere troppo tempo nei dettagli. Soluzione: ho cominciato a strutturare i progetti (..) in modo da confrontarmi periodicamente con boss/colleghi sulle priorità (etc etc). Anche se non hai cominciato ancora a lavorarci così, non fa niente. Comincia ora e dillo. Parla delle soluzioni. L'importante è mostrare che sai qual è il tuo limite, ma anche come lavorarci su, e portare dei primi esempi di miglioramento.

Sempre tanti esempi, l'importante è quello: dimostrano che parli per esperienza concreta, e non per teorie astratte.

3. veniamo a un punto critico: intelligenza emotiva, empatia e collaborazione. Preparati degli esempi che dimostrano infallibilmente come ti abbia aiutato a lavorare in team e a dirigere le persone verso i tuoi obiettivi, sia che tu avessi poteri gerarchici su di loro, sia (anche meglio) che non li avessi.

4. ora preparati il racconto di una situazione di conflitto e di come ne sei uscito con successo. i conflitti sono di due tipi: di vedute sul business, o di tipo personale/caratteriale. Non so in quale proporzione tu abbia sperimentato l'uno o l'altro. Un esempio di successo è quando tu capisci che dietro l'apparenza c'è un vero motivo più profondo, e riesci ad accomodare quello con una soluzione vantaggiosa per tutti e due. Per farlo occorre guardare una persona negli occhi e parlarne a fondo, e certo tu sai farlo.

Ora se per caso la tua prima reazione davanti a questi discorsi fosse "non ce la posso fare, non sono abbastanza brava", ti do un morso in testa. E’ una reazione naturale di timore di fronte a un compito, ma NON è la verità. Prenditi tempo e scava, comincia a riempirli con un po' di vita vera, la tua, e possiamo continuare ad approfondire.

Detto ciò, spero di stimolare in me stessa e in altre persone  una efficace visione di se stessi, delle proprie idee, dei propri obiettivi, della propria personalità.

 

post idealmente dedicato all'iniziativa:

Il cervello di mamma e papà (di Genitori Crescono)

 

Altri post correlati:

La pratica della fantasia - 1

La pratica della fantasia - 2

Capacità, competenze e talenti (sezione del Coaching VereMamme)

 

domenica
apr182010

Le voci che sento

Varie voci si inseguono nella mia testa in questo periodo, che, devo ammettere, è piuttosto difficile. E' difficile perchè c'è un'azienda con cui collaboro per buona parte del mio tempo, ci sono le nostre varie attività web che stanno prendendo piede, c'è questo spazio (VereMamme) che penso e ripenso, c'è tutta la mia impazienza, le mie riflessioni non sempre luminose sul "da dove vengo e dove vado e soprattutto con chi", e naturamente ci sono i miei bambini (dovrei dire "in cima a tutto?". Non sempre. sarei solo un'ipocrita e una perbenista se lo dicessi).
Per stare meglio e non trasformarmi in un'ameba sul divano c'è anche la palestra (ieri mi hanno cacciata perchè volevo correre mezz'ora ma avevo Pezzetto intorno, che finita la sua lezione di nuoto vagava inopportunamente in sala pesi...), che sta dando ottimi risultati ma richiede un bel po' di incastri organizzativi col papà, che ci va anche lui, e con la piscina del grande appunto. Spesso la famiglia, inclusa tata e pezzettino, si ritrova più lì al Fitness Club che a casa. La pulizia di casa per fortuna non rientra nella lista (lascio la zozzeria che ho appena detto alla vostra libera interpretazione), mentre un'amica o una pizza col salentino ci rientrano a stento. 

Bene, ci siamo...quando il gioco si fa duro....lamentiamoci!!
E torniamo alle voci che sento (a proposito conoscete uno bravo?)

Ci sono delle iniziative interessanti in corso, che fanno riflettere sulla potenza della rete per fare autoconsapevolezza. Una è Il cervello di mamme e papà, di cui sposo completamente lo spirito tanto che il nostro contributo alla materia era iniziato già con un fantastico post piattinesco. Passare poi dai post ai fatti, beh, è fantastico che ci sia qualcuno che si organizza e comincia a farlo.

Un'altra iniziativa che voglio segnalare è un workshop su organizzazione aziendale e sensi di colpa, con Luisa Pogliana, promosso da Working Mothers Italy, che ha come obiettivo prendere coscienza dei problemi, dare nuovi strumenti di comprensione e un miglior modo di affrontarli. Mi sa che mi serve! Maria, presidente di WMI, mi ha chiesto di pensare anche a qualcosa di mio per il prossimo futuro e ne sono lusingata (ma non so se lei sa a cosa va incontro. Un workshop tenuto da me? si salvi chi può). L'oggetto? non lo so, suggerite voi :), ma io andrei sulle tecniche creative e sulla comunicazione.

Un'altra voce l'ho trovata nel gruppo "Executive moms" di Linked In, ed ecco una coach che mi provoca e mi piace:

"E se questa benedetta ricerca dell'equilibrio fosse sopravvalutata? Non è forse che lo stress che sentiamo perchè "non siamo in equilibrio" è dovuto all'idea che stiamo fallendo perchè non riusciamo a fare quella lezione di yoga o quella torta? Ok, respiriamo! Prendiamoci un momento e consideriamo la possibilità che quel "life balance" sia non solo irrealizzabile ma abbia anche un valore del tutto marginale. E che quelle di noi che si sentono male per la mancanza di equilibrio sono le stesse che non riescono a raggiungere delle aspettative eccessive, auto-imposte.
Come sarebbe se "non lavorassimo più al raggiungimento dell' "equilibrio"? ci libererebbe del tempo? Ci libererebbe da un po' di stress? Prendi questa, life balance. Questa settimana ho da lavorare 16 ore al giorno, andando avanti a caffè e barrette di Kit-Kat.
Ecco un'altra possibilità; la vostra definizione di life balance potrebbe non corrispondere a quello che vi dicono che il life balance dovrebbe essere. Che succederebbe se ripartissimo da zero? Se creassimo la nostra propria definizione? Se prendiamo un momento, ci concentriamo su di noi e ci chiediamo: mi sento in equilibrio? mi sento bene? perchè sì, perchè no? Riguarda l'uso e la quantità del mio tempo, o il tipo di esperienze che faccio?"

Partendo da qui, sto ripensando alla mia piramide dei bisogni e al tipo di esperienze che mi riempiono di senso e perchè, e.....
Ma ora passo la palla a voi. Ho dei bagagli da fare, porto i bambini dai nonni questo week end.

domenica
mar222009

Quello che funziona per te

"Success is doing ordinary things extraordinarily well" (J. Rohn)

Avevo appena concluso che nella vita è più produttivo concentrarsi sulle proprie capacità migliori, e avevo appena parlato di aree di "forza" e di "debolezza", quando mi imbatto in un articolo di Fortune che sembra dire esattamente il contrario. L'origine della grandezza di alcuni straordinari talenti, dallo sport al business, sarebbe la pratica ripetuta e ragionata per migliorare costantemente. Non mi scoraggio e cerco di capire cosa vuol dire. Allora, la tesi di fondo è interessante: il concetto di talento naturale è sopravvalutato e non è dimostrato dalla genetica, mentre sono la pratica e l'autoformazione continua che producono i livelli più alti di performance. Quindi nessuno dovrebbe rinunciare a migliorarsi continuamente adducendo scuse come "tanto sono negato ".

Cosa significa "deliberate practice"? Significa:

- essere specifici negli obiettivi che ci si pone

- applicare un alto livello di consapevolezza a quello che si fa, insomma non badare solo a portare a casa un risultato, ma anche al processo con cui lo si raggiunge, in modo da perfezionarsi in seguito

- Osservarsi profondamente, osservare il modo in cui pensiamo e reagiamo, darsi feedback continuo, e quindi correggersi. Meglio ancora se qualcun altro ci da' feedback, dato che potremmo non essere sempre obiettivi. E chiedere feedback è, si sa, una faticaccia immane.

La cosa ha delle implicazioni nel modo in cui andrebbero considerate le "inclinazioni naturali" di un bambino, oltre che le nostre? Forse sì, se il messaggio positivo da trasmettere diventa: sei potenzialmente in grado di fare qualsiasi cosa, hai sicuramente delle ottime capacità in te, quindi tirale fuori e allenale con costanza se desideri diventare bravo.

Fortune conferma: la differenza tra uno bravo e uno mediocre? Non è il talento innato, è il volerlo fortemente, e il crederci.

Tutto ciò non si applica solo allo sport o alla musica o alla scuola, ma a tutto.

Inoltre, chi vuole e sa migliorarsi continuamente non ha paura di ritrovarsi nelle situazioni in cui non è andato particolarmente bene in precedenza, anzi le ricerca (penso con un brivido a tutte le volte che mi sono tirata indietro, per esempio nelle relazioni interpersonali: magari un momento di tensione o di imbarazzo con qualcuno, e da quel momento lo evito come la peste. Ma ho anche degli esempi positivi per fortuna: colleghi con cui il primo impatto è stato una litigata clamorosa, e con cui dopo ho sviluppato un feeling speciale, forse proprio grazie a quella litigata).

La mia conclusione personale...: bisognerebbe applicare i principi dell'autoformazione consapevole, le tecniche della deliberate practice, alle attività che intraprendiamo con passione, a quelle attività in cui crediamo e in cui vogliamo essere bravi (ecco, allora, mi dispiace per il salentino e darò purtroppo ragione a Piattini ma non comincerò dalla cucina, che non mi invoglia - tranne quelle poche specialità già sperimentate...  Eppure un giorno potrei benissimo arrivarci, dato che "non è per me" è solo una scusa temporanea per evitare dello stress).

Allora, focus sulle aree di forza? O sulle aree di debolezza? Sembrerebbe un problema mal posto: focus su quello che vuoi veramente. Aree di forza e di debolezza rischiano di diventare, se prese in senso troppo letterale e statico, solo delle caselle in cui noi stessi ci autolimitiamo.

Insomma: focus su quello che funziona meglio per te.