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Ma- come MAmma, come MAnager, e come MArketing della Conversazione (la mia passione). Vere come autentiche, eterogenee e non omologate. Perché quando si tratta di cercare delle risposte, non esistono certezze assolute e metodi infallibili ma sempre tanti MA. La chiave è scoprire quello che vogliamo veramente, e su questo mi piace riflettere con voi, come se fossimo alla MAcchinetta del caffè.

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La frase della settimana:
Non c'è modo migliore di farsi dei nemici, che voler piacere a tutti.

Indice dei post

lunedì
apr042011

Come una lingua può influenzare la percezione

Mi rendo conto che il gusto degli anglicismi a sproposito rappresenti spesso uno sfoggio ridicolo da parte di chi ha dimenticato (o non ha mai imparato) l'uso corretto della lingua italiana. Io nel lavoro (e purtroppo non solo) finisco per farne un uso eccessivo, per cui mi prendo in giro da sola: ultimamente ho proposto un giochetto alla Staccata, in cui lei postava su Facebook cose del tipo "stiamo impanando i petti di pollo" e io traducevo all'istante in "stiamo organizzando un light brunch a base di finger food".

L'altro giorno però, facendo la doccia con il mio nuovo fantastico flanker aromatherapy (che non è un accompagnatore per signore specializzato in docce e massaggi, purtroppo, ma solo una nuova profumazione di bagnoschiuma) ho articolato una riflessione un po' più profonda sull'argomento, che forse vale la pena condividere. Pensando a quanto sia utile, di questi tempi, avere un profilo lavorativo internazionale, mi sono tornati in mente i primi giorni di lavoro nella famosa multinazionale americana, dove tutte le riunioni e le presentazioni, nonostante fossimo a Roma e in maggioranza italiani, erano rigorosamente in inglese. Noi neoassunti ripassavamo le conversation skills dal mitico Allan, attore inglese. Prima delle presentazioni importanti si faceva il rehearsal col capo: cioè le prove, come a teatro. Dietro i vetri dei box poteva capitarti di vedere gente di alto livello che passeggiava parlando da sola, e di fronte al mio sguardo interrogativo il capo mi spiegò: "ti tocca farlo, quando in una sola presentazione ti giochi la carriera". Il concetto non mi era estraneo, avendo consumato il tappeto del salotto a casa dei miei, ripetendo Diritto Privato e un altro paio di decine di esami.
Certo è, che ritrovarci tra italiani a parlare in maccheronico poteva risultare piuttosto ridicolo, e in effetti lo era.
Ma quei lontani giorni  hanno originato due fenomeni importanti nella mia testa: primo, nel breve periodo il mio inglese scolastico subì un'accelerazione spaventosa. Ricordo ancora quella mattina in cui arrivai mezz'ora prima in ufficio per fare una telefonata a un collega all'estero e chiedergli alcune informazioni che mi servivano urgentemente. Non volevo che gli altri mi sentissero, nel caso stentassi. Qualche anno dopo saltavo da una presentazione a Varsavia a una riunione ad Istanbul. Solo le riunioni con "gli uomini delle vendite" erano rimaste in italiano.
Secondo e più importante, per guadagnare tempo il mio cervello ha cominciato a pensare al lavoro e a come organizzare i relativi dati direttamente in inglese, ripescando le espressioni più efficaci dopo averle sentite e assorbite da altri.

A distanza di tanto tempo quello di cui mi sono resa conto è che l'inglese ha influenzato (o rovinato?) non solo il mio vocabolario ma il mio stesso stile di pensiero e la mia percezione della realtà. Quella lingua mi ha fatto un dono enorme, quello della sintesi. Ma non solo.

- Il linguaggio e la terminologia. Se vi capita di leggere spesso in inglese ci avrete fatto sicuramente caso. Non solo nella narrativa o nei saggi, o nelle pubblicazioni tecniche, ma persino nelle bollette della luce, il linguaggio è solitamente semplice e immediato. Non esistono parole che si usano solo nei documenti scritti dai burocrati, mentre non vengono usate affatto nella lingua parlata dalla gente ogni giorno.

- Lo stile. Il modo in cui vengono costruite le frasi è molto lineare. Si va diritti al punto senza le nostre tipiche, infinite circonlocuzioni, senza incastri complicati di preposizioni principali e dipendenti. Non puoi dire una cosa a metà, con giochi di parole, reticenze e riserve mentali: o la dici e vai al punto, o non la dici affatto. Per me poi, che sono estremamente visuale, fu una bellissima sorpresa ricevere un rapportino con cui il municipio mi comunicava come aveva impiegato i soldi delle mie tasse, usando un grafico a torta.

- La mentalità sottostante. Forse è solo una mia interpretazione, ma se uso la parola "successful", oppure "business" parlando con un indiano, non mi faccio la quantità di problemi che si fa un italiano nel dire "affari..", nel dire "..di successo". E mi riferisco all'immediata evocazione di arrivismo, scorrettezze, porcherie varie. Se dico "committment" mi riferisco a qualcuno che si impegna seriamente e basta, e non a qualcuno in cordata con un potente, e così via. Potrei continuare a lungo.

Credo che abbia a che fare con una diversa etica del lavoro, credo che affondi le radici nel protestantesimo rispetto al cattolicesimo, (la lettura di Max Weber mi ha colpita molto al liceo) e chi tra di voi ne sa di più, ci illumini.
Ma l'insight della doccia mi ha fatto capire che una parte significativa del mio modo di lavorare, oggi, è collegata al fatto di aver dovuto imparare a lavorare in inglese.

 

lunedì
mar072011

Mamme imprenditrici: Monica, i Bambini al Potere e il bollino Piace alle Mamme

Oggi, tra le testimonianze di  VereMamme, ospito  una bravissima imprenditrice. È socievole, cortese, si definisce un po’ pazza, permalosa e pignola. È Milanodipendente almeno quanto io sono Milanorepellente. È self made.
Si chiama Monica Volta, e mi ha impressionata perché è una donna veramente ricca di idee, di risorse, ed è un turbine di iniziative. (Tra queste, Bambini al Potere e zero6) E se lo dico io che non sto mai tranquilla un attimo, figuratevi. 
Ci siamo  conosciute proprio grazie ad una delle sue idee, ed è stato naturale per TTV darle una mano nella  progettazione dell’idea e nella sua realizzazione in chiave di conversazione con le mamme. Si tratta del progetto “Piace alle Mamme”.  Ma ora Passo la parola a lei, che ci racconta la sua storia e ci spiega di cosa si tratta.

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Ciao Monica, allora. Raccontaci tutto.

Sono nata a Savona, mi sono trasferita giovanissima a Milano. Ho sempre lavorato nel mondo degli eventi e dei servizi alle persone, fino a quando qualche anno fa ho cominciato a scoprire e studiare il mondo dei bambini, e ho avuto voglia di fare delle cose per loro, con loro.
Quando sono rimasta incinta nel 2002 stavo proprio per proporre una serie di progetti .. Ma poi persi il mio bambino e misi tutte le idee in un cassetto. La fortuna non era con me, forse complice il troppo lavoro, e altre due gravidanze non andarono a buon fine.. . Lavorare con e per i bambini a quel punto non era proprio il massimo, per una donna che non riesce a diventare mamma. Così ho deciso di fermarmi un po’ e di trasferirmi a Roma, dove ci ha portati il lavoro di mio marito. Qualche mese dopo scoprì di essere nuovamente incinta. Ripresi in mano il progetto “approfittando” di 5 mesi a letto... Quando ad agosto 2008 è nato Angelo  tutto diventò più chiaro: perché anch’io come tutte dovevo cambiare il piccolo, allattare, scaldare il biberon ecc...
Ostacoli ? Moltissimi,  perché le istituzioni non ci sentono, le aziende faticano ad investire, eppure le mamme non si abbattono.

 Il mio obiettivo è creare una rete di soluzioni per arginare il problema della mancanza di servizi e di cortesia verso i bambini, protagonisti assoluti del nostro progetto. I nostri figli necessitano di attenzioni, risate, divertimento: il nostro scopo consiste nel regalare loro una realtà che abbracci il più possibile i loro bisogni, che li coccoli con affetto esattamente come facciamo noi ogni giorno.
Vorrei un mondo a misura di bambino: per questo il mio progetto base si chiama Bambini al potere. E poi sviluppare tutto il mondo che gira intorno a loro e quindi i genitori, i nonni ...

Il mio rapporto con la Rete? Vediamo.. Non sono una mamma blogger e bazzico la rete principalmente per informarmi. Credo che le mamme della rete siano una potenza, le mamme in generale lo sono. Quello che riescono a fare per i loro piccoli è straordinario. Le mamme della Rete hanno un grande valore, comunicano, condividono .. Sono una realtà importante. Come ogni realtà ha il suo lato positivo e quello negativo.... qualche volta si dà anche il peggio si sé: litigate assurde che a mio parere servono a ben poco. Importante sarebbe invece costruire insieme qualcosa di concreto per dare un messaggio vero, perché è l’ obiettivo comune quello che conta.

Parlaci di “Piace alle Mamme”!

Piace alle Mamme nasce appunto come un servizio alle mamme, sulla scia di esperienze estere molto avanzate in questo senso. Non è un marchio di garanzia di un ente terzo, ma un bollino che rappresenta l’opinione e la raccomandazione delle mamme alle loro amiche. Il gruppo di mamme tester sarà composto in modo da essere statisticamente rappresentativo per numerosità e per caratteristiche, e il bollino sarà rilasciato solo a quei prodotti che supereranno alcuni parametri quantitativi, rigorosi e standardizzati, studiati con dei professionisti. Poiché immaginiamo che ci saranno molte domande e curiosità, a breve presenteremo l’iniziativa con tutti i suoi dettagli in una conferenza stampa. Intanto stiamo raccogliendo le opinioni e anche i dubbi delle mamme su Facebook, in modo da perfezionare l’idea in modo quanto più partecipato possibile.

Grazie Monica, e buona fortuna per tutte le tue idee!

Grazie a te! A presto!

martedì
mar012011

La Trama Lucente - un bellissimo saggio sulla creatività

Il post di oggi potete trovarlo qui >>

domenica
feb272011

Le storie delle altre

La manager entra di corsa, in ritardo perchè ha avuto un contrattempo, ma impeccabile, minuta, tubino nero, sorriso socievole, dettagli curatissimi, e soprattutto scarpe semplicemente incredibili. Scoprirò sentendola parlare poco dopo,  che non mette MAI i pantaloni e MAI un tacco inferiore all'8. Si sente se stessa solo su un tacco 10 o 12. Niente di più lontano da me. Scopro anche che ha avuto un padre che rappresenta una figura importantissima per lei, tanto da raffigurarsi in un disegno con quella mano paterna che ancora la guida.
Un'altra è alta, magra, ha tre figli grandi e un lavoro che la impegna fino alle otto di sera, ha tanti desideri per sè che sembrano irrealizzabili, e accanto al suo volto serio, nel disegno con cui si presenta ha scritto due imperativi esclamativi:  "sorridi!" e "sogna!" In alto c'è una farfalla che vola, ma le mani sono legate ai fianchi. Le sue tante responsabilità professionali e famigliari, in questo momento, sono una corda che la trattiene. Quando racconta di aver avuto un'educazione molto permissiva, al punto che i genitori la accompagnarono col suo ragazzo a fare l'autostop, scoppio a ridere con tutto il cuore. Niente di più distante dalla mia, di educazione.
Ci sono primogenite precocemente responsabilizzate, così come ultimogenite ribelli, pressate dai confronti.
Un'altra manager ha disegnato una bambina nella parte più profonda di sè: sono io piccola, spiega. E ha tanti amici vicino al cuore. Spesso nel mondo esterno c'è il mare o la montagna, la quiete e il riposo, fantasie di vacanza. Un'altra ancora ha le antenne verdi in testa e occhi neri penetranti, e intorno un igloo senza tetto, che protegge ma si apre.

Donne che anche ai livelli manageriali più alti si raccontano attraverso i propri ruoli di figlia, di sorella, di centro delle relazioni familiari, ruoli di cura e di responsabilità in cui a volte sono a proprio agio, a volte smarrite. E parlano un sacco.

Nella loro pancia le donne hanno disegnato grovigli incomprensibili, fiori, esplosioni colorate. Io niente, ho messo un mondo pienissimo e in movimento intorno, un computer sul petto, uno scaffale di libri dietro la testa, ricordi dell'infanzia intorno alle gambe, tante scritte, ma tutto fuori di me. La donna "legata" ne è rimasta spiazzata: ma non c'è niente dentro! Non hai messo tuo marito, i tuoi figli? Rido imbarazzata, è vero, ho messo un turbine di idee e di cose che faccio, ma il mio mondo è libertà, mentre l'intimo è un altro mondo, un altro livello che non appartiene a questo e a cui io stessa spesso non ho accesso, figuriamoci un "nuovo pubblico" a cui presentarmi. Ma so che quella è una chiave molto importante per capire i miei problemi e migliorarmi.

Abbiamo iniziato così le nostre riflessioni, da perfette sconosciute. Ascoltare le storie degli altri è un'opportunità fantastica. Ero andata a questo workshop del CFMT con molte resistenze e molti scetticismi, ma attratta dal titolo "I viaggi di Penelope - Self Empowerment al femminile",. Le dirigenti che hanno partecipato si aspettavano forse discorsi sulla cultura di genere nelle organizzazioni aziendali, non un viaggio autobiografico alla scoperta di sè.
Ma empowerment significa prima di tutto autoconsapevolezza, riscoperta delle proprie risorse. Risorse in parte sviluppate e in parte bloccate da modelli che ci hanno strutturato, da copioni che ci hanno ingabbiato, da messaggi che abbiamo ricevuto da bambine: le spinte, le ingiunzioni implicite o esplicite da parte dei genitori normativi che ci sono rimasti dentro. Fondamentale per rendersi empowered e scrivere la propria storia, è invece l'alleanza tra il bambino che è in noi, che esprime desideri, e il genitore affettivo, che esprime permessi. Abbiamo riletto le nostre storie e ci siamo date dei permessi: puoi volare. Puoi amare. Puoi anche piangere. Li abbiamo visualizzati, questi permessi, e anche qui ho sorriso: nella mia visualizzazione il mio genitore normativo me l'ha dato facendo uno sforzo, e non del tutto convinta.

Insomma il linguaggio del voglio e del posso, al posto dei devo, dei dovrei, dei potrei. Cose che sapevo, ma che è sempre bene ripassare: soprattutto circondata da storie così diverse.

Si è parlato anche di maternità, per quanto le mamme fossero solo due su sei. Abbiamo visto e commentato un'intervista a Stefania Boleso, e la rivoluzione della Norvegia, che in soli dieci anni ha compiuto dei miracoli. Mi sono definitivamente convinta che certi cambiamenti culturali non vanno solo sollecitati dal basso ma vanno imposti per legge, altrimenti aspetteremo centinaia di anni.

L'esercizio finale è stata una fiaba. La mia cominciava con uno spirito inquieto che un giorno arrivò per caso in una bambina e cominciò a correre. (Sì, lo so che suona un po' Forrest Gump.) E finiva con la bambina di nuovo in ascolto, pronta a ricominciare.

 

 

Vi consiglio:

Deep Coaching di Alessandra Vesi, la docente del corso

 

Altre risorse

Diversity Management

Percorsi Formativi MIDA

video

 Presa diretta - Senza Donne

sabato
feb122011

Ricerche e Mamme 2.0, il seguito

Ho promesso ad Alessandro Caliandro di continuare il dialogo partendo dalle sue osservazioni (quasi tutte) al mio post precedente, ed eccomi qui a mantenere la parola. I miei commenti sono nel testo in grassetto.

METODOLOGIA

È formalmente scorretto affermare che l’etnografia obblighi il ricercatore a coinvolgere gli attori sociali che studia, almeno non nella fase iniziale di osservazione. La tecnica dell’osservazione partecipante (precipua all’etnografia) stabilisce che si possa studiare un gruppo sociale anche senza interagivi e/o palesare la propria presenza. Il punto epistemologico è un altro: il metodo etnografico prescrive che prima di teorizzare su un qualsiasi tipo di produzione culturale, è necessario immergervisi, con-partecipare alle pratiche specifiche attraverso cui gli attori sociali producono e riproducono cultura. Essendo pratiche linguistiche quelle da noi analizzate, la lettura assidua, prolungata ed avalutativa dei post/conversazioni rappresenta una tecnica di osservazione più che adeguata e legittima.

Non lo confuto questo, come ti anticipavo. Ho però espresso un auspicio che la Netnografia possa fare qualcosa di più per calarsi nella realtà osservata, anche superando la forma e gli schemi della ricerca tradizionale. Un esempio: il ricercatore-osservatore esplora la rete attraverso una persona che è parte di quel gruppo e che interviene in varie discussioni in corso e gli riporta i sentimenti che ha provato.
Magari tu inorridisci, ed entrano in gioco altri problemi come la motivazione la spontaneità la retribuzione di un'altra persona, che so, ma ti ho fatto solo un esempio stupido. L'idea è che anche nella ricerca si dovrebbe innovare e sperimentare sempre, soprattutto quando la si associa alle infinite possibilità del digitale.

L'osservazione verso la comprensione: parliamone un attimo. Obiettivo della ricerca è solo la prima, o entrambe? Tu osservi sì delle mere pratiche linguistiche ma sai che non puoi fermarti alla loro descrizione e che dietro c'è molto altro. Il fatto che la comunicazione avvenga "solo" in forma scritta non esclude un immenso retroterreno, è come tu vedessi solo la punta di un iceberg. Come passi dalla lettura/osservazione, alla comprensione di tutto il resto dell'iceberg e chi ti fornisce le categorie che applichi?

Una volta finita la ricerca è buona norma restituire i suoi risultati alla persone rispetto a cui essi sono stati prodotti. Questo è precisamente il coinvolgimento che l’etnografia prevede. E questo è quello che abbiamo fatto mettendo a disposizione dei pubblici della rete (non solo alle mamme quindi) il nostro articolo. Con la speranza che non solo questo venga letto, ma che venga ampiamente criticato, magari fatto a pezzi, soprattutto dalle mamme. Ciò è stato tra, l’altro, detto più volte nella conferenza, e non solo da me, mi dispiace non aver ritrovato tale puntualizzazione nel tuo articolo. Tutto ciò in virtù del fatto che le uniche ad aver la prima e l’ultima parola in materia di maternità sono le madri, sono loro le vere esperte – anche questo concetto più volte ribadito, ed ampiamente trattato nell’articolo.

Non so, non l'ho scritto  perchè fare un lavoro per vederselo fare a pezzi dai key stakeholders ed esserne pure contento non è il massimo per me! Non suonava molto sincero insomma. Tra l'altro proprio quest'approccio ha alimentato la convinzione nel pubblico che i key stakeholders fossero solo le aziende e non le mamme. Comunque ora che in giro lo studio è stato ampiamente criticato (anche da maschietti visti come dei nemici....) qual è il next step? Questo e' utile saperlo. Se la cosa finisce qui, è  senz'altro un'opportunità mancata. Se invece...
Facciamo così, io ti do in tutta umiltà dei personali  suggerimenti per proseguire il lavoro e/o migliorare la presentazione del lavoro, e tu mi dici cosa ce ne facciamo.

VALORI/RAPPRESENTAZIONI

Su questo punto resto molto perplesso. Il mio intervento, così come il nostro articolo, trattano esattamente delle cose che tu ci contesti: i valori e le rappresentazioni dell’identità personale prodotte dalle mamme in rete. Ovvero, un mondo culturale complesso che viene prodotto a partire da conversazioni apparentemente banali su determinati prodotti di puericultura. Conversazioni “banali” come quelle su pannolini, assorbenti, cacca, ferite, implicano e nascondono rappresentazioni dell’identità molto complesse, tese alla costruzione di nuovi mondi culturali altamente alternativi e resistenti. Purtroppo, se ci si ferma alla “lettera” dei singoli post, e non si usano gli adeguati strumenti antropologici ed interpretativi, si vedranno solo delle “esaltate” intente a “stilare liste ossessive, fare domande su tutto, mortificare il corpo e la mente in nome del bene del bambino” (parole che, mi duole dirlo, stai usando tu, non ho certo utilizzato io, così come nessuno dei miei colleghi).

Ma certo che le uso io, per carità! E mi infervoro così perchè c'è un tipo di maternità nei magazines, nelle pubblicità, nella cultura stessa, che mi disturba profondamente e stimola queste espressioni. Un modello a cui molte donne pensano di doversi adeguare pagando pesantemente in autostima (vedi l'iniziativa di netmums che è stata segnalata tra i commenti del post precedente). E la ricerca purtroppo, così come è passata, lo avvalorava.. Molte blogger sono in rete proprio con l'obiettivo di demolire quel modello. E ci dispiace che questo non sia stato detto.
Domanda: perchè nei post esemplificativi, per dimostrare proprio il punto che dietro la lettera c'è altro (che ti ripeto: non è passato), non si sono usati alcuni bellissimi passaggi che trovi nei blog, esempi di luci ed ombre emotive?
Perchè non è stato fatto un punto che spiega come le donne in rete non siano solo mamme ansiose ma, appunto, un insieme di mondi alternativi e resistenti? Avrebbe reso maggiore giustizia alla complessità di quell'iceberg. E qui commentavo che se il campo dell'analisi è limitato alle conversazioni sui prodotti e quindi ai forum, potresti non imbatterti mai in quel mondo "altro".

Non a caso, dopo la descrizione di alcuni post esemplificativi, sono passato subito a parlare delle implicazioni culturali che da essi si possono trarre, anche qui soffermandomi ampiamente sulla questione. Mi dispiace che anche questa parte tu l’abbia saltata, o persa in qualche modo. È per questo che riporto, e dunque ripeto, quelle che sono le risultanze teoriche maggiormente rilevanti, dell’articolo così come del mio speech:

1) Le mamme 2.0, attraverso il loro incessante scambio di informazioni sui prodotti di puericultura, costruiscono un sapere esperto sulla maternità in cui sono le mamme stesse ad avere la prima e l’ultima parola sulla maternità. Questo non è un risultato di poco conto, se si pensa che, in generale la madre, è più un oggetto di cui si parla che un soggetto che si fa parlare: tutti sembrano saperla più lunga della mamma, dagli esperti (maschi) più o meno titolati, fino ad arrivare agli amici e alle suocere; tutti tranne la mamma stessa.

Non l'ho perso, ma ho visto un focus sul sapere esperto, e nulla sulla libertà della madre. (Io non voglio essere esperta, io voglio solo essere informata e libera di scegliere, lo so che è un modo diverso di dirlo ma è molto importante). Veniamo al punto CRUCIALE: se tu ricercatore me lo racconti come "la mamma vuole essere depositaria del sapere esperto", io direttore marketing - che ragiono per estreme semplificazioni  orientate al business - penserò che il mio brand debba aiutare le mamme a diventare esperte. Sarò patronizing: io ti do tutte le istruzioni, io sono il tuo manuale, io ti spiego come si fa.  Sbagliato, sbagliatissimo per i motivi culturali che ho provato ad esprimere prima. Non creerò una relazione emotiva forte con il mio brand e non andrò là dove la cultura delle madri vuole andare (e mi rendo conto che le blogger sono ancora, per ora, la piccola avanguardia di questa cultura, ma sono loro il trend emergente da seguire!!). Per sostanziartelo devo uscire allo scoperto con qualcosa di molto personale: ero direttore marketing in Johnson & Johnson fino al 2008 e tutti gli studi le agenzie e i centri media mi dicevano che le mamme sono in rete perchè  insicure, ansiose, alla ricerca di rassicurazioni (il che è una parte della realtà, la punta dell'iceberg, sì). Poi sono andata a un workshop creativo in US e insieme a un gruppo di colleghe e madri di tutto il mondo abbiamo detto: no, non ci vuole ansia da prestazione, le madri di oggi vogliono sentirsi empowered. Empowered. Sono tornata a casa, dopo qualche mese ho mollato J&J in cui non avrei mai potuto fare quello che volevo, e ho pensato di cominciare a fare marketing in modo diverso (da cui poi nasce www.thetalkingvillage.it).
VereMamme è  il primo posto dove si è parlato (a costo di sembrare ridicola) di coaching ed empowerment per mamme. Il succo di questa storia è che si può parlare delle stesse cose - il sapere delle madri - dirigendole in modo positivo, promuovendone i  valori positivi. Siamo circondati da esperti oggi e il mio obiettivo non è diventare più esperta di loro e avere l'ultima parola su di loro (che pressione, che ansia), ma informarmi e poi fregarmene alla grande e fare solo quello che è giusto per me (che liberazione, finalmente). Questo dobbiamo provare a raccontare meglio. che ne dici?

2) Discutendo sui prodotti per l’infanzia, le mamme 2.0 finiscono inevitabilmente a parlare dei loro corpi. Parlando del proprio corpo, esse lo rappresentano come in effetti si presenta (spesso) il corpo di una madre: un corpo ferito e “distrutto” dalla meccanica del parto. Ecco allora che in questa dinamica rappresentazionale è possibile leggere un motus resistivo, senz’altro implicito e simbolico, ma su cui è interessate soffermarsi a riflettere: “distruggere” il proprio corpo per sottrarre al potere (medicina, mass media, famiglia, sociologia) il sostrato sui cui esso impone i suoi discorsi, su cui esso inscrive, “fraudolentemente”, il suo sapere esperto.

Non lo so. Discorso molto grande, "il corpo dele donne" e le varie forme di invasione e ribellione che lo riguardano ultimamente...difficile affrontarlo partendo da prodotti. Ma non mi pronuncio, resto in ascolto, e sono convinta che esistano anche qui rappresentazioni positive. Comunque ti ho già segnalato un post di Ponti Tibetani.

ERRATA CORRIGE

- “Ma tutte queste cose io le so già”. La frase realmente da me pronunciata, non questa macabra amputazione, è la seguente (tra l’altro ripetuta due volte): “ma tutte queste cose io le so già” ovvero il fatto che l’universo della maternità online è un universo molto complesso in cui le mamme “si interrogano profondamente sul rapporto con i brands, su identità personale, professionale, digitale, su buzz marketing, su libertà di informazione vs. sponsorizzazioni”; “proprio perché voi me le avete insegnate” - con ciò intendendo la mia attività di lettura prolungata, assidua ed avalutativa di forum e blog frequentati da mamme. Il fatto che tu abbia riportato solo un moncherino della mia frase mi ferisce davvero molto.

Che dire, mi dispiace, ho pensato che "me l'avete insegnato voi" fosse solo un rafforzativo e non cambiasse la sostanza della cosa, cioè: guardate che io li ho letti i vostri blog. E non ne dubito, ma allora perchè non mettere neanche un blog tra gli esempi? Inoltre la mia osservazione significava precisamente  "andiamo. tu non puoi sapere tutto quello che c'è nei blog oltre al consumo di prodotti", per esempio il Blog Cafè qui su VereMamme. Il che si riferisce al tuo punto successivo.

(...). Ecco perché la nostra scelta di focalizzarci sui prodotti e sui brand per l’infanzia, tralasciando, ad esempio, tematiche legate alla vita professionale delle mamme. Se l’analisi è sul consumo, coerenza vuole che è di quello che si parli, e non di lavoro o di alimentazione. Ogni analisi soci-antropologica seria prevede che vengano fatte delle scelte di campo, tali scelte purtroppo ti portando a considerare una piccola porzione di mondo e a tralasciane molte altre. Ma non è sbagliato, l’importante è esserne consapevoli e rendere la cosa esplicita (e mi sembra che nel nostro caso così è stato). Scorretto è avere la presunzione di spiegare tutta la complessità del mondo con un solo sguardo, con una sola ricerca, con una sola parola: qui si esce dal terreno della scienza sociale per sconfinare in quello della religione, la quale parla appunto di “verità” e non di metodologia.

D'accordissimo. Ma credimi non era così esplicito come credevi, soprattutto perchè il titolo dell'evento SMW è stato sintetizzato in un "Antropologia dei Social Media: un’analisi sulle mamme 2.0 in Italia“ e lasciava intendere che lo studio fosse un'interpretazione dei comportamenti e delle aspirazioni delle mamme in rete. Le astanti avevano forse questa aspettativa.
Quindi per es.: x % delle mamme è in rete per scambiare informazioni su prodotti, % per parlare di lavoro, % per parlare di relazioni e sentimenti, i modi di interagire e i linguaggi sono questi tra forum, blog, siti, social networks, e i profili di mamme che emergono sono tanti e sono questi. Capito il misunderstanding?

- “Ecco, la tribù detta cosa devi fare e come devi essere per essere una vera mamma, queste sono delle vere esperte”. Questa frase è priva di qualsiasi significato antropologico, va da se che non l’ho mai pronunciata. La tribù è la metafora analitica che permette al ricercatore di cogliere un determinato flusso di comunicazione e della produzione culturale che da esso ne scaturisce. La tribù è una categoria euristica che serve a cogliere dei processi complessi ed eterogenei. Non si riferisce a delle forme statiche, non si riferisce a dei gruppi chiusi ed intransigenti che obbligano le persone a fare una cosa piuttosto che un’altra. Questa semmai è la tribù in senso tradizionale, “primitivistico”. Concetto che, detto per inciso, è aspramente criticato dall’antropologia contemporanea perché gruppi etnici così rigidi (stereotipati appunto) non esistono e, sembra, non siano mai esistiti nella storia. In ogni caso io non utilizzo il concetto di tribù in senso tradizionale, ma in senso postmoderno, così come proposto da esimi sociologi ed antropologici quali Michel Maffesoli, Bernard Cova o Andy Bennett. Studiosi che utilizzano appunto il concetto di neotribù in termini metaforici, come categoria interpretativa per cogliere la complessità culturale della post-modernità, cultura che scaturisce appunto da gruppi sociali, che hanno sì una coerenza interna, ma che sono talmente eterogenei e multiformi che sfuggono alle banali categorizzazioni statiche . Ecco qui la definizione precisa: Le neotribù sono aggregati sociali costituiti da “un insieme di individui non necessariamente omogenei fra loro (in termini di caratteristiche sociali oggettive), ma interrelati mediante un’identica soggettività, affettività o etica, capaci di svolgere azioni microsociali vissute intensamente benché effimere” (Cova, Giordano, Pallera 2007: 14-15). Dove “effimere” non ha una valenza morale, significa semplicemente che la produzione culturale delle neotribù è qualcosa di continuamente costruito e ricostruito, non è mai un processo che si conclude una volta per tutte, è sempre in divenire. Converrai con me che questa è un’ottima categoria euristica per cogliere la fluidità e l’eterogeneità della produzione culturale che si dispiega sulla Rete: un mondo fluido, frammentato, eterogeneo ed altamente creativo per definizione. È una categoria utile per rapportarsi in maniera empiricamente fruttuosa e non ideologica con qualsiasi produzione comunicativa online, sia essa proveniente dalle mamme che non. E , per quanto arrogante io possa essere, non mi sento proprio di metterla in discussione.
Nello specifico ho usato il verbo “imporre” come metafora (ora mi rendo conto assai infelice) per dire che ogni tribù (ribadisco, intesa come flusso di comunicazione) ha il suo specifico “costume narrativo”, costume che scaturisce da processi collettivi e non da scelte di singoli individui.
In ultimo, so che può non piacere, ma in termini antropologici per “rappresentazione dell’identità condivisa” si intende una serie di “prescrizioni” discorsive (leggasi implicite) sulla soggettività: , chi dovrebbe e non dovrebbe essere, cosa fa e cosa non fa, o dovrebbe fare o non fare “il vero” membro del gruppo entro cui tale rappresentazione viene prodotta. Avendo parlato di mamme ho applicato tale definizione antropologica alla “tribù delle mamme”. Anche questa è una categoria euristica, anche questa non me la sono inventata io, ed anche questa serve a ridurre al complessità e ad “arrestare” il flusso delle comunicazioni della rete.
Quindi, per tirare le somme, come tribù di mamme 2.0 non abbiamo intesto singole community di mamme e come identità materna non abbiamo intesto le opinioni sparute di qualche “mamma esaltata”, ma bensì un flusso comunicativo che nel nostro caso si “coagulava” soprattutto su forum e attorno a determinati prodotti (quelli utili ed utilizzati dalle pre-neo-mamme: assorbenti post parto, para capezzoli ecc…). E ciò non per presuntuose ragioni ideologiche, come ha spiegato addirittura una donna tra il pubblico, ma in virtù di “impostazioni” del nostro software di crawling. Da qui poi la nostra scelta di non fermarci a descrivere le singole e “banali” descrizioni dei prodotti di puericultura, ma di addivenire ad una comprensione culturale più profonda del mondo delle mamme e soprattutto di metterla in condivisione con tutti i pubblici della rete, maschi e femmine che siano. Ecco perché, lo ripeto, quello che abbiamo proposto al convegno è stato un metodo utile (spero) attraverso cui interpretate alcune dinamiche linguistiche legate alla maternità, e non la verità sulla maternità. La produzione di un discorso di verità sulla maternità spetta solo alla maternità. E non sarò certo io ad entrare in contraddizione con un principio che io stesso ho affermato e scritto, e che tra l’atro, molto prima di me, ha affermato una lunga schiera di sociologhe. Sarò anche arrogante, ma non schizofrenico, stupido ed impreparato.

Aiuto. Mi hai spiegato con grande dovizia il concetto di tribù e te ne ringrazio molto perchè ho imparato un sacco. Ma non era su quello che verteva la mia contestazione. Era sul concetto di "vera mamma" e sulle prescrizioni relative. Se tu mi dici che questo accade nei forum, che ogni singolo forum è una community con forti regole di appartenenza, alleanze e nemici, ti seguo bene. Ma allora parliamo di conversazioni dei forum che vertono su prodotti, e basta, e lo scriviamo in ogni slide, perchè non vorrei mai che le interpretazioni relative a una parte così specifica di conversazioni venissero estese al tutto. Parlando di arroganza, da cui non sono immune neanch'io per la mia parte di competenze (!) lo è stata molto la tipa dell'agenzia che ha commentato facendoci la lezioncina sul crawling e - in sostanza - dandoci delle stupide, forse infarcita del pregiudizio della professionista verso la mamma-blogger-perditempo ;). Dovevo risponderle forse di guardarsi il mio cv, che sono stata promossa anch'io due volte dopo due maternità, e non è quello il punto, che le agenzie di pubblicità di solito le massacro come cliente e che se i messaggi appaiono molto distorti anche a me e non solo alla casalinga media vuol dire che è la presentazione che ha qualche problema? Ho lasciato perdere perchè la discussione sarebbe scaduta molto, come vedi, ma mi era rimasto questo sassolino, quindi scusa se ne approfitto ;)

Insomma: il famoso Dir marketing vede la presentazione e sarebbe tentato di dire: con questo prodotto sei una vera mamma! (e le altre sono delle sfigate). Oppure: entra anche tu nella tribù della mamme fighette! Sai che belle pubblicità che ne vengono fuori. In fondo: io (brand) so cosa è meglio per te e te lo vendo, invece dell'empowerment: TU SAI cosa è meglio per te ed io ti aiuto a realizzarlo. (L'accezione di Vere Mamme che io ho è quella di donne che non seguono le prescrizioni di nessuno e hanno il coraggio di affermare se stesse, e così vogliono sentirsi trattate anche dai brand).

Comunque, per concludere, ti invito a leggere l’articolo, se non altro almeno per uscire da questo muro contro muro, in cui ci stiamo scontrando su cose su cui siamo fondamentalmente d’accordo.
Non ci dobbiamo scontrare affatto: dobbiamo capire come dire meglio quelle cose, per evitare che vengano fraintese e pilotate verso modelli di business e comunicazione che non funzionano. Sempre se sei d'accordo. Insomma io ci provo....e ti suggerisco questo:

- circoscrivere molto bene: questa ricerca ha analizzato conversazioni su prodotti di puericultura. Il luogo prevalente di queste conversazioni sono i forum, le  mamme tipicamente coinvolte sono le neomamme, e le dinamiche tipiche delle loro conversazioni sono queste (atteggiamenti e linguaggi che definiscono diverse tipologie di mamme nei forum: le leader, le altre, bla bla).

- allargare: dall'aspetto puramente funzionale e di prodotto di questi scambi si intravedono degli altri, che rendono necessario ampliare il campo di indagine. Da questo punto di vista sono molto più istruttive e approfondite le conversazioni dei blog, dove i prodotti sono molto meno presenti ed emerge invece l'aspetto narrativo ed emotivo.

- suggerire ai brands di attingere agli insights narrativi ed emotivi per creare una relazione utile e gratificante con le mamme.

Partendo da qui, se vogliamo continuare, io ci sono quando vuoi, anche per degli incontri. Non lo propongo per secondi fini o per vendere consulenze, credimi: dedico volentieri del tempo, se posso contribuire a diffondere dei concetti nuovi sulla maternità.

martedì
feb082011

Mamme 2.0: e ci risiamo..

Social Media Week Roma – Antropologia dei social media: analisi sulle mamme 2.0 in Italia , Ateneo Impresa, 8 febbraio 2011 - ore 11am

Scusa, ma se continui a sbuffare così mi entra nel video”  mi fa una tipa seduta davanti.
“Eh? Ma guarda che sei a una conferenza pubblica, qualche rumore di fondo ci può anche stare!” La mia risposta piccata evidentemente non la soddisfa affatto, e mi guarda con un’aria palesemente schifata.

Davvero sto sbuffando tanto? No, la verità è che sto sospirando, profondamente demoralizzata, e sto facendo una specie di training autogeno per non cedere allo sconforto e andarmene.
Sto pensando “Ecco qua, siamo alle solite con le mamme 2.0”, e sto chiedendomi ancora una volta se tutto il lavoro che provo a fare, qui e altrove, abbia un senso.
Prima ha preso la parola il Prof. Arvidsson, che avevo già ascoltato con interesse in un’altra occasione, e ha detto delle cose genericamente molto giuste, che certo non riguardano solo le mamme 2.0: e cioè che la co-creazione non significa ormai prendere contenuti senza dare nulla in cambio, che è richiesta una conoscenza approfondita delle persone con cui si interagisce, etc etc.
Poi ha parlato Giovanna Montera di Viral Beat spiegando il metodo di indagine quantitativa delle conversazioni, applicato per un cliente e un prodotto specifico. Facciamo un esempio a caso anche se non è stato detto, ma mettiamo: un passeggino Chicco.
E poi siamo arrivati al succo di questa  “conoscenza approfondita” delle mamme raggiunta attraverso l’etnografia digitale applicata alle conversazioni, e qui mi sono cadute le braccia. Ho cercato di spiegare il perché, ma per non peccare di troppo protagonismo (di cui comunque ho peccato) ho detto solo una minima parte di quello che intendevo, e anche male. Ci siamo lasciati con una promessa di proseguire questo dibattito online, e lo faccio immediatamente, rispondendo idealmente a questo post. Primo problema:  la presentazione “sociologica/etnografica” a cui abbiamo assistito è stata di una povertà imbarazzante rispetto al post, che sembra invece contenere degli spunti interessanti (l'attivismo simbolico, la riappropriazine del diritto di parola in un mondo invasivo verso la maternità). Perché mai è successo? Faccio un’ipotesi: “perché il pubblico in sala sarà in maggioranza di mamme” quindi cerchiamo di parlare terra-terra. Errore grandissimo. A un certo punto, dietro pressioni varie per capire meglio quello che si stava dicendo, è comparsa una mappa piuttosto articolata, in inglese, che evidenzia l’asse “informazione-narrazione” e quello “dark-bright”. Ecco, guardate che se ce la presentate e ce la spiegate, la capiamo benissimo.  Da qui sono cominciati i miei respiri profondi.

Veniamo ad alcune considerazioni di metodo e di valore.

Sul metodo.
Una ricerca qualitativa classica è quella in cui il ricercatore, diciamo, osserva i pesci in un acquario, o gli animali in un recinto dello zoo. E’ quella in cui il committente e alcuni ricercatori sono seduti dietro a  uno specchio, non visti, senza intervenire mai, mentre dieci persone intorno a un tavolo vengono interrogate da un intervistatore-psicologo.
Una etnografica, invece, fa un grande passo avanti. Il ricercatore si cala nel mondo dei soggetti studiati. Vado a casa della gente a vedere come fa il bucato, come cucina, come fa colazione la mattina. Mi metto la muta e mi tuffo insieme ai pesci, insomma. Naturalmente i comportamenti dei pesci saranno un po’ falsati in mia presenza,  per questo c’è bisogno di tempo per capire veramente cosa c’è dentro (il che è un lusso pressochè impossibile nel largo consumo, che commissiona ricerche-lampo). Pensate all’eroica Jane Goodall e all'intera sua vita dedicata ai gorilla, facendosi “una di loro”; pensiamo al contributo rivoluzionario che ha dato: è basato su questo principio.
Dall’etnografia come la conosciamo finora all’etnografia digitale, presentata come un metodo innovativo, mi aspetterei un’ulteriore rivoluzione resa possibile dalle moderne tecnologie sociali. Mi aspetterei finalmente che il ricercatore SIA PARTE della comunità che viene studiata. Per usare un’altra metafora, questa volta cinematografica, è come Avatar, la storia di un uomo che entra nel corpo di un alieno per capire non solo gli  usi ma anche i sentimenti del suo popolo. E infatti Jake si innamora di quel popolo, come successe a Jane con i  gorilla.
Non mi aspettavo una mera narrazione di cosa si dicono le mamme nei forum a proposito di cacche e liste delle cose da mettere nella valigia dell’ospedale. Questo è l’acquario, questo è lo zoo, non è il vissuto emotivo che spiega cosa c’è dietro un comportamento: stilare liste ossessive, fare domande su tutto, mortificare il corpo e la mente in nome del bene del bambino.  Ma vi siete chiesti “perché”?

Sui valori.

E qui veniamo all’aspetto dei valori, quello profondamente culturale, quello che mi ha fatto perdere il controllo e interrompere lo speech quando il sociologo Alessandro Caliandro ha detto con grande sicurezza, per la seconda volta in cinque minuti: “Ecco, la tribù detta cosa devi fare e come devi essere per essere una vera mamma, queste sono delle vere esperte”  No. NO! Esiste un piano ben più alto di discussione.  Quello per cui il bright (l’aspetto gioioso della maternità) e il dark (l’ombra) assumono ben altri significati che lo sfoggio di un bel passeggino o la stitichezza della bambina.
Perché una ricerca che si professa etnografica non ci arriva?
Anche qui provo a formulare delle ipotesi:
1. Perché chi la interpreta non è parte di quel gruppo, come sarebbe auspicabile anche se non indispensabile.
2. Perché la si conduce sulle conversazioni lette attraverso la lente di un prodotto, e quindi distorte. Se si parte dalla conta delle menzioni di un prodotto o delle sue caratteristiche funzionali nel web, i forum peseranno sempre il 95% e i blog e le altre fonti saranno sempre ridicole. Non vi spiego il perché, è ridondante (vabbè, lo dico lo stesso: perché i forum funzionano perfettamente per le review dei prodotti, leggi: informazione, mentre i blog procedono per ampie narrazioni). E allora ti imbatteresti in un post istruttivo come questo, sullo storytelling sociale e gli stilemi della narrazione delle mamme? Oggi ho sentito che chiamare il bambino "nano" e il marito “socio” è uno stilema, un linguaggio tipico della gang delle mamme 2.0, e va bene. Possiamo approfondire un po’ di più?  No, dove domina il prodotto ci si ferma all’esterno del fenomeno.
Cercando prodotti, vi imbattereste mai in un intero Blog Cafè che tratta dei significati profondi dell'essere Mamme 2.0? Non credo proprio. Sapevate che oltre ad azzuffarsi su allattamento e ciuccio, le donne in rete oggetto delle mire delle agenzie varie si interrogano profondamente sul rapporto con i brands, su identità personale, professionale, digitale, su buzz marketing, su libertà di informazione vs. sponsorizzazioni?

 “Ma tutte queste cose io le so già”, dice il sociologo. Alessandro, permettimi, ma mi sembra un po’ arrogante. Tu tutte queste cose non le puoi sapere, dai. Qualcuno un po’ più anziano di te diceva “l’unica cosa che so è di non sapere”, ed il suo è stato un approccio leggermente più produttivo alla ricerca della verità, quindi  torniamo coi piedi per terra ok?

Sul Tribal marketing.
Alcune comunità si riconoscono davvero intorno a dei brand o a degli stili di vita. Oggi sono stati citati gli amanti della birra tradizionale “contro” gli amanti del vino. I tatuatori, addirittura, compiaciuti delle loro sofferenze. A me sono venuti in mente i Ducatisti o gli Harlisti (si dice così?)., e così via.  Ma le mamme, per il solo fatto di essere donne e avere figli, non si riconoscono in un bel niente. Scordatevi il tribal marketing sulle "mamme". I ripetuti tentativi da parte dei media e del marketing di affibbiare etichette si infrangono contro un muro di scudi. Puoi cercare di intercettare dei sentimenti specifici e dare loro voce, questo è il massimo che puoi fare, ma non puoi ergerti a guru di una tribù. Puoi cercare una tua sottotribù, puoi captare i suoi segnali, ma “mamme” e basta non vuol dire nulla. Devi andare più a fondo.

Se un brand vuole dare voce a una specifica community di mamme, è sui valori che deve puntare, non sui prodotti. Bisogna quindi ripensare completamente il modo di interpretare le community e le loro conversazioni, prediligendo la narrazione emotiva a quella funzionale:  è l’emozione che crea la vera relazione tra me e un prodotto. Come un intervento ha sottolineato giustamente, magari così si capirebbe che è più importante offrire qualcos’altro a una neomamma, che so, una chiacchierata e un’esperienza con le amiche, che non un pacco di campioni gratuiti all'uscita dall'ospedale.

Conclusioni

Come sempre, tutto sta negli obiettivi e nel come vengono comunicati.
Se questo era il lancio di una vera iniziativa volta a coinvolgere una tribù della Rete in una discussione che la riguarda, purtroppo l’intento non è assolutamente passato. E la tribù delle mamme è una realtà troppo vasta per esaurirsi qui. Ma io ci sono sempre per riprendere il discorso, e sarò ben felice di essere smentita, basta farmi un fischio. Se invece era un’analisi di reputation per un marchio, da cui si è capito che ci sono fenomeni da approfondire, andava presentata in quanto tale e non certo come un’etnografica delle Mamme 2.0, che crea delle aspettative molto elevate.
Se infine era la presentazione dell’ennesima scoperta dell’acqua calda sui comportamenti delle mamme in rete, ho detto sopra più o meno quello che avevo da dire. E vado a raccattare le braccia.
Come operatori dei Social Media è un nostro dovere fornire ai brand, e a chiunque si interroghi sulle mamme in Rete, una rappresentazione non banale (come era invece quella di oggi) di fenomeni complessi. Il che non significa usare un linguaggio tecnico, cattedratico e intimidatorio, anzi.

E un’ultima cosa: amare l’oggetto che si studia, non guardarlo dal piedistallo. Se la maternità della Rete si riducesse a una lista infinita di prescrizioni ansiogene e oggetti da comprare fornitemi dalle leader di un forum del tipo “so tutto io” (cosa che dà la nausea sia a me che lo sento che all’esimio sociologo che ne parla, e si capisce) credete che sarei… anzi che saremmo… ancora qui?

Domani tocca a me parlare. Presenterò dei progetti di conversazione, tra cui un paio proprio con le mamme, e ancora in corso. Fatemi in bocca al lupo!



martedì
feb082011

"Chi è Serena?"

Una lettera accorata per la coach, da parte di una lettrice. Voi come commentereste? >>

lunedì
feb072011

La Social Media Week arriva a Roma

La Social Media Week è iniziata, e promette numerosi eventi interessanti. Cercherò di allenarmi in ubiquità per partecipare al maggior numero possibile, ma due presentazioni saranno irrinunciabili: questa, domani mattina, mi vedrà spettatrice, insieme a un manipolo di colleghe blogger tutte molto curiose di sapere cosa avrà da dire uno studio antropologico sulle Mamme 2.0 (?).
In questo evento invece sarò speaker insieme a nomi piuttosto importanti, e presenterò alcuni casi di conversazione di The Talking Village. Ne parliamo infatti anche qui. Se mercoledi 9 alle 14 siete da quelle parti e volete affacciarvi, mi farà davvero piacere!

 

martedì
gen252011

All'adolescente che sarai

Quando qualcosa ti fa paura, valle incontro. Se vedi un grosso ramo in mezzo alla strada, il modo migliore per superarlo è scalare in seconda e dare gas per passarci sopra, e non arrivarci su in quarta frenando, se vedi cosa intendo. Quando qualcosa ti fa paura, parliamone. Non farò la spavalda dicendo che ci sono già passata ed è una sciocchezza. Giuro.

Se avrai qualche tratto di carattere in comune con me, uno dei più insidiosi potrebbe essere il bisogno incessante di gratificazione. Ma quando si farà più insistente, sta’ attento che non diventi dipendenza dall’ammirazione altrui.  Ricordati che tu sei la principale fonte di gratificazione per te stesso. Se ti vuoi bene e ami quello che fai, potrai resistere anche a lunghi periodi di solitudine. E non intendo la mancanza di occasioni di incontro, ma quella nera che ci si porta dentro. E’ importante essere apprezzato, ma per quello che pensi e che dici, non per quello che indossi o possiedi.

Prometto solennemente di non frenare mai la tua curiosità verso qualcosa di nuovo e di incoraggiarla in tutti i modi. Spero capirai che questo non potrà applicarsi sempre, specialmente se si tratta di provare una nuova droga, o l’ebbrezza di una gara in moto sul lungomare o, diciamo, una rapina in banca. I limiti esistono, e sono facili da capire: si tratta del rispetto della tua vita e di quella altrui. Sono intuitivi, o li capisci da solo o nessun divieto o imposizione avrà mai alcun effetto su di te. Non sono facili da rispettare, soprattutto se qualche stupido vorrà farti credere che ignorarli è segno di coraggio.  E’ segno che è un coglione.

Cercati delle situazioni e delle esperienze che sfidano continuamente i tuoi limiti interiori, soprattutto quelle che comportano un intenso contatto con gli altri. Se vuoi qualcosa, prova a chiederlo apertamente, e se te la negano, prova a cercare altre vie. Fai uno sforzo costante per provare qualcosa che non hai mai fatto prima, e poi osserva come ti fa sentire. Gioca con i tuoi pensieri e i tuoi comportamenti, cambiandoli quando sono diventati ripetitivi e automatici. Dimmi che effetto ti fa.

Spero che, leggendo e viaggiando e parlando con le persone, tu possa arrivare a provare la stessa mia adorazione per la creatività. Ma attento che non significa sregolatezza. Anzi, non si può esprimere se non insieme a una generosa dose di autodisciplina e perseveranza. E poi per rompere delle regole, devi prima averle studiate bene.
Applica la creatività alla tua vita. Il caso non è mai del tutto un caso, e aiuta chi prepara il terreno e tiene gli occhi e la mente aperti. La creatività è la pratica deliberata dell’indipendenza di spirito.

Impara tutto quello che puoi dallo sport. C’è la fatica, lo studio delle tecniche, c’è la squadra ma anche la solitudine, ci sono gli avversari, ci sono gli ostacoli, c’è la fortuna e la sfortuna, c’è l’intuizione improvvisa con cui puoi trasformare una crisi in una nuova mossa vincente, e così mandare al diavolo anche le tecniche. C’è la correttezza e la scorrettezza, la virtù superiore della calma, ma soprattutto la grandissima opportunità di imparare a non avere paura delle tue paure: accettandole,  ma senza fartene paralizzare.

Non ho molta esperienza dell’amore alla tua età, furono poche cose e brevi. Per me l’amore grande è arrivato da adulta. Quindi non sarò gelosa se preferirai parlarne con qualcun altro. Ma se un giorno, spinto da curiosità e follia,  volessi provare a capire cosa si agita nella mente di una donna, sono qui. Posso solo dirti che l’amore vero non è uno solo, come tutte le cose più grandi, e che devi diffidare da chiunque voglia darti lezioni su ciò che è vero e cosa no. E poi anche l’amore ha dei limiti, e anche questi hanno a che fare col rispetto, e anche questi dovrai trovarli tu.

Non è facile, piccolo. Non credere che io ti dica questo per dimostrarti che sono migliore di te, che devi imparare la vita da me. Ho una scorta di cattivi esempi e un pessimo carattere; ho solo imparato a riconoscere come ci si sente quando si sta bene, e a capire cosa mi fa stare bene.
Ma nulla di tutto questo avrà mai alcun valore, se non lo imparerai da te.

 

sabato
gen082011

Il Corto Circuito della conversazione

Ma perchè non chiederlo a voi? Mi sono detta mentre mi rendevo conto di non riuscire a trovare le parole per dire quello che voglio dire, che pure è vivo e pulsante e vuole uscire fuori a tutti i costi.

Il punto è questo: partendo dall'ascolto mi sono data un compito qualche giorno fa, e ho iniziato a scrivere un testo sulla Conversazione, sì, quella con la C maiuscola. Ci servirà molto - credo -  per TTV, per diffondere i Principi, le Virtù e le Regole della buona Conversazione.
Un assunto fondamentale per me è che:

Non esistono conversazioni reali e conversazioni virtuali, esistono solo modi di porsi in ascolto efficacemente, e modi di esprimersi efficacemente. Questa buona pratica richiede del tempo, e una riflessione costante. Una riflessione di qualità.

Poi sono arrivata a un punto in cui il mio slancio vitale si è.. arenato. Avendolo sperimentato sulla mia pelle, e avendo sbagliato in prima persona tante volte, è difficile razionalizzare il dolore che si prova quando non ci si capisce, non ci si ascolta, e più non ci si capisce più ci si attacca, e ci si ferisce. E' difficile illuminare con pochi tratti una situazione del genere, un vero e proprio corto circuito della comunicazione, e soprattuto è difficile dare dei consigli. Come reagire, cosa fare. So di avere tanti limiti e questo esercizio di scrittura mi aiuterà di certo ad inquadrarli.

Allora ho deciso di condividere alcuni brani e chiedervi un parere. Sincero, come sempre. Costruttivo, come siete. Insomma continuate voi...

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Da: Le regole della buona conversazione

Parla di quello che sai (davvero)
Non parlare per sentito dire. Chi ti ascolta darà molto più valore alle tue parole se sono frutto di un’esperienza diretta e personale:  se ci informiamo e verifichiamo, questo rafforza la reputazione e la credibilità. Sono sempre da apprezzare contributi che arricchiscano la conoscenza, con fatti e numeri e fonti da riferire. Chi emette giudizi senza un'adeguata documentazione perde facilmente la fiducia altrui.

 
(...)

Contieni l’impulsività
Per diventare produttiva , una conversazione ha bisogno dei suoi tempi. Rifuggi dalla tentazione di saltare alle conclusioni dalle prime battute. Lasciala respirare, lasciale trovare liberamente una direzione. Bisogna parlare solo dopo aver ascoltato a fondo, avendo dato il tempo e la possibilità all’altro di esprimersi completamente (Vedi: le Virtu’ Fondamentali, la Pazienza)

Dissentire, non giudicare
Si può sempre esprimere dissenso in modo chiaro ma rispettoso, facendo in modo che la discussione non degeneri. Un modo utile è fare riferimento  a come qualcosa ci fa sentire, piuttosto che giudicare subito quel qualcosa. Proprio perchè si tratta di sensazioni personali che solo noi conosciamo bene, nessuno può negarle. Occorre inoltre fare riferimento a comportamenti/eventi specifici più che all’identità o alle qualità di qualcuno (un esempio molto importante riguarda l’educazione dei bambini: dire “hai fatto un errore” o “Hai fatto una cosa stupida”  produce effetti ben diversi dal dire “sei uno stupido”) .
Un altro modo per non emettere sentenze è evitare le dichiarazione assolutistiche e categoriche sull’oggetto del nostro dissenso (i “sempre”, i “mai” e così via), che fanno subito chiudere l’altro in difesa o lo fanno passare al contrattacco con lo stesso atteggiamento giudicante, e così via, in una spirale di aggressività.

Come esprimere critiche di qualità
Quando una critica è motivata dal desiderio di migliorare le cose e far crescere qualcuno, può definirsi costruttiva. Al contrario quando è finalizzata solo al discredito, è distruttiva.
Criticare non è uno sport divertente, non è pontificare, non è sparare sentenze affrettate. Perché una critica sia seria e credibile, deve sempre accompagnarsi a una capacità di autocritica. E’ un’azione seria e responsabile.  Si può esprimere una critica solo dopo aver riflettuto e maturato a lungo il proprio pensiero. Un’esposizione logica e strutturata è sempre da preferire a un’ irruenza, incontinenza, impulsività verbale senza limiti.

Come accogliere le critiche
Vanno ignorate le critiche superficiali e distruttive, mentre dobbiamo riflettere sulle critiche meditate e costruttive cercando di percepire il proprio io attraverso gli occhi degli altri. Facile? No, per niente. Se fosse facile e naturale non saremmo qui a parlarne. Ma chi ascolta le critiche e agisce correggendosi,  acquista autorevolezza.

(...)

La forma è ANCHE sostanza: attenzione al tono e alle parole
Se vi è capitato di scontrarvi con qualcuno che sostiene che quando si parla conta la sostanza e non la forma , sappiatelo: è completamente falso.  La sostanza di una conversazione, intesa come scambio, arricchimento, rispetto reciproco è costituita dalle cose che si dicono, ma anche dal come le si dicono. Alzare il tono, apostrofare l’altro o quello che fa in modo denigratorio, sentenziare guardando dall’alto in basso dicono molte cose negative di chi usa questi atteggiamenti.

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Ora, questo della forma e della sostanza è IL punto per me cruciale... Aiutatemi a spiegarlo meglio. Se volete vi cito due esempi concreti che purtroppo mi hanno fatto uscire dai gangheri e hanno fatto degenerare delle situazioni: 1. un commento anonimo velenoso e offensivo, qui su VM, che sosteneva di aver semplicemente espresso un'opinione e se la prendeva con me per non aver accettato IL MODO in cui era espresso 2. una persona a cui ho manifestato un deciso dissenso per il modo in cui lancia strali in giro, nonostante abbia persino una buona causa che condivido, e che ha reagito fustigandomi pubblicamente, con tanto di nome cognome e attività professionale. Altri esempi eclatanti che non mi va di ricordare. Insomma io riesco addirittura a farmi dei nemici giurati, pur di continuare a sostenere che i modi sono importanti.

Allora ditemi voi. Quando l'interlocutore non rispetta le regole, o meglio, non condivide le tue regole, tra cui quelle qui citate, cosa fare?

Ecco. Immaginatevi di spiegare tutto questo a qualcuno che crede che le conversazioni siano, al massimo, il cazzeggio di Facebook.

Aiuto.

;)